mercoledì 22 luglio 2015

Eco-logiche confuse

Faccio una pausa dalla mia storia per riflettere su soluzioni ecologiche per crescere i bambini, tema proposto dal progetto di Bambino Naturale.

Penso sia veramente difficile fare considerazioni e comparazioni. Spesso infatti ci si nasconde dietro credenze e ideologie per far fronte alla mancanza di corrette informazioni, fondamentali nella valutazione dell'impatto ambientale delle nostre abitudini.

Per esempio i pannolini lavabili. All'inizio pensavo di usarli anche io. Ma poi mi sono posta la seguente domanda: “Se devo usare di più la lavatrice solo per i pannolini sporchi, è vero che inquino di meno?” L'elettricità inquina, i detersivi pure e se non uso la lavatrice a pieno carico può anche darsi che inquini di più. E poi, ci sarà un numero di pannolini usa e getta massimo al giorno il cui impatto eguaglia l'uso dei pannolini lavabili? Diciamo che poi alla fine ho optato per quelli usa e getta, in primo luogo per la praticità e poi perché non avendo un aiuto domestico in casa non volevo sottrarre attenzioni alla bimba per un lavoro in più di cui non è assicurato oggettivamente il minore impatto ecologico (a questo punto rimanderei anche al link di Altroconsumo). Infatti quello che mi ha fermato è stato anche il dubbio di riuscire a far asciugare al sole i pannolini nella stagione invernale.

Penso che per ridurre al minimo l'impatto ambientale occorra invece ridurre i consumi: comprare il minimo indispensabile (e qui bisogna essere molto onesti con sé stessi e interrogarsi su ciò di cui si ha veramente bisogno), riutilizzare gli oggetti se ancora non sono rotti o funzionano, comprare articoli di seconda mano, usare l'auto il meno possibile (in famiglia non la possediamo nemmeno e ci spostiamo a piedi o usando i mezzi pubblici), fare le pulizie usando la scopa manuale anziché l'aspirapolvere. Usare l'aceto anziché i prodotti chimici è più salutare e riduce l'impatto ambientale a meno che non se ne usi un litro per volta (al posto di pochi spruzzi di prodotto chimico).

Anche usare salviette lavabili può non essere ecologicamente migliore di quelle usa e getta, per le stesse ragioni dei pannolini (io comunque uso raramente le salviette usa e getta, limitandomi ad acqua e cotone).

Inoltre riparare e autoprodurre non garantiscono risparmio ecologico. Dipende infatti dai prodotti impiegati. Per esempio, se per riparare un vecchio gioco devo usare barattoli interi di colla, questo può inquinare anche di più di comprarne uno nuovo. Se evitare il “baby food” industriale è preferibile per la salute del bambino, preparare le pappe con quinoa o cereali provenienti dall'altro capo del globo potrebbe anche avere un impatto ambientale superiore.
Discorso analogo nell'acquisto dei prodotti a km zero. Se per acquistarli dal produttore facciamo km in auto, mentre magari abbiamo il mercato rionale sotto casa, non è detto che l'impatto ambientale sia minore.

In definitiva non dipende da cosa usiamo e compriamo, ma come lo usiamo e in che quantità. E anche se usiamo un prodotto con parsimonia, per il fatto che lo acquistiamo senza sapere quanto inquinamento c'è dietro la sua produzione e la distribuzione, è difficile stabilire se le nostre scelte siano davvero così ecologiche. Dovremmo avere più informazioni trasparenti o essere ingegneri. In mancanza, si cerca di colmare l'ignoranza con il buon senso individuale, che non deve lasciarsi influenzare da etichette e luoghi comuni che ci assolvono dal pensare se le nostre abitudini inquinino di meno, soltanto perché qualcuno dice che sono scelte ecologiche.

Ringrazio tutte le altre blogger per i loro contributi e per le loro scelte che condivido. Anche io autoproduco il più possibile evitando sprechi, ma quando vado a buttare la spazzatura mi chiedo sempre se posso migliorare, nei limiti delle mie possibilità. Spero che la mia riflessione si riveli utile. Tornerò presto a parlare di me (col permesso di mia figlia che ultimamente sta monopolizzando il mio tempo).


lunedì 1 giugno 2015

Il segreto

Per un lungo e remoto periodo:
tutti i giorni
ci vedevamo,
senza volerlo,
ci ignoravamo,
senza guardarci,
non esistevamo.
Poi un giorno,
poche ore,
lontano da tutto,
ci siamo incontrati,
per caso o forse no,
ci siam guardati,
esistevamo
ed era come se
ci conoscessimo da una vita.

Questo è il segreto, il segreto della nostra esistenza.
Il segreto della nostra vita.
Il segreto che vediamo allo specchio se ci guardiamo nella nostra interezza, nella nostra interiorità.
Il segreto che decidiamo di condividere.
Il segreto che se svelato può diventare rabbia o meditazione, intolleranza o comprensione, odio o amore, cambiamento o illusione.
Ma è qualcosa.
Qualcosa che vale la pena scoprire.
Basta un incontro con una persona, reale o platonica.
Basta una promessa. Scriverò un libro, o un blog, parlerò di me.
Basta iniziare e il resto verrà da sé.
E adesso … adesso tocca a te.

Concludo il “secondo volume” del blog incoraggiando anche voi alla scrittura e ricordandomi della motivazione che mi ha spinto a scrivere. Se quell'incontro sia stato reale o “platonico” o soltanto con me stessa questo rimane un segreto.
Appena possibile, metterò tutto in forma di ebook gratuito.
Ho in mente di scrivere anche una terza parte. Di cosa parlerò? Lo scoprirete solo leggendo e io vivendo. Grazie per la considerazione.

PS Forse mi sto illudendo che dal blog possa nascere qualcosa di più grande. Ma nella vita anche le illusioni ci aiutano ad andare avanti, soltanto per la curiosità di scoprire se di mere illusioni si trattava. Nel dubbio, a presto.

mercoledì 27 maggio 2015

Dialogo con la realtà


“Buongiorno Dott.ssa.”

“Prego evitare formalismi.”

“Sono la realtà.”

“Già.”

“Io sono la Realtà.”

“La realtà? Dunque, siamo in Italia, nel 2015, c'è Renzi al Governo, c'è disoccupazione, c'è ancora crisi, c'è ….”

“Non fare la spiritosa. Sono la tua realtà. Sei una ricercatrice esperta in statistica.”

“Sono anche madre.”

“Hai una laurea, un dottorato di ricerca e soprattutto un lavoro che devi riprendere tra non molto.”

“Ho una bellissima bambina che non ha ancora un anno.”

“Hai già chiesto sei mesi di maternità in più di quel che era previsto nel contratto di collaborazione. Te li han concessi, fin dall'inizio sono stati molto disponibili e comprensivi con te, cosa vuoi di più?”

“Non è così semplice.”

“Finalmente dopo tanto tempo di disoccupazione, o meglio di occupazioni occasionali, avevi trovato il posto che volevi. Ricercatrice, nella tua città, con un contratto decente anche se precario, in un ambiente piacevole. L'avevi meritato, con tutti i curricula che hai mandato spontaneamente in giro e gli incontri conoscitivi che hai proposto. E adesso che hai un contratto in essere non vorresti più tornare?”

“Vedi, cara Realtà, tu ragioni come tutti. Una volta era scontato che la donna rimanesse in casa a prendersi cura dei figli. Avevano pochi soldi in famiglia, eppure riuscivano a sfamare più persone. La gente non studiava, ma sembrava più intelligente, più autosufficiente. Sapevano produrre ciò che mangiavano. Adesso invece non sono neanche più in grado di far la spesa.”

“Non divagare.”

“Obiezione accolta, scusa. Adesso è scontato che una donna faccia i figli e poi torni subito al lavoro. La mamma ama talmente il suo bambino da essere accecata a tal punto che deve farlo crescere da altri.”

“Lascia perdere il sarcasmo. Svegliati, il mondo va avanti là fuori. Chi sta solo coi lattanti, perde i denti.”

“Chi sta solo là in mezzo perde i sensi.”

“Come sei patetica!”

“Insomma cosa vuoi? Forse ho perso interesse nel mio lavoro. Non ne ho sentito la mancanza. Certo i colleghi sono simpatici, un po' mancano. Però li posso sempre sentire o andare a trovare.”

“Che diavolo stai dicendo?”

“Quello che mi rende felice ora è poter stringere tra le braccia quella bambina. Persino le pulizie e i lavori da fare in casa non mi pesano perché li faccio per lei. Lei sta crescendo. Ha bisogno di me. Qualsiasi altro lavoro che posso fare: calcoli, modelli statistici, report …. non mi può dare la stessa soddisfazione che può darmi preparare le pappe per lei (anche se a volte non vuol mangiarle), cambiarla (anche se non sta mai ferma), portarla fuori (anche se a volte strilla), cullarla …. Niente ha più valore di vederla sorridere, qualsiasi cosa faccia per lei, e vederla crescere.”

“Si va beh, ma mica la stai lasciando per sempre.”

“Cara mia, guarda che dopo una giornata di lavoro sono stanca. Stare ore seduta davanti al pc mi rende nervosa, distaccata. Trascurerei la bimba. I bambini piccoli risentono molto della volubilità della madre. E in più sai che stress avanti e indietro al nido. Lava questo, porta questo. E per un minimo raffreddore, addio lavoro o trova baby sitter. Non parliamo poi del week end. Non potrei mica starmene tutto il giorno tranquilla con lei. No, devo pure veder certa gente che esige di veder la bambina. No, non ce la posso fare.”

“E che fai?”

“In fondo non abbiamo tutta questa esigenza di avere due stipendi (o meglio uno e mezzo, tolte le spese del nido). Sappiamo vivere bene usando la testa. Abbiamo poche esigenze di merci, ma tante in affetto e tempo da trascorrere insieme. La bambina ha bisogno di braccia aperte, piuttosto che di tasche piene. “

“Mi stai forse dicendo ...”

“Già. Cambio lavoro.”

“Ti hanno mica assunto dove hai fatto l'ultimo colloquio?”

“Macché! Quello è un posto di persone infelici”.

“Sarà stato infelice, ma era garantito. Intanto il cv per curiosità l'hai mandato.”

“Certo, io valuto ogni possibilità, ma il colloquio mi ha dato conferma: loro ti danno la garanzia di uno stipendio vitalizio, ma in cambio devi vendere l'anima. Non lascerei mica il mio posto precario per quelli.”

“Tua madre lo diceva sempre che avevi talento per l'arte drammatica.”

“Ma cosa ne capisci tu di arte. Senti, vediamo se ti convinco parlando con il tuo linguaggio. Molta gente dice che ama, ma più che una botta e via non sa fare. O forse si accontenta solo di quella. A me non basta. C'è chi si sposa e poi si trasferisce lontano da casa per lavoro. A queste persone è sufficiente vedere il coniuge e figli nel week end. A me non basterebbe. C'è chi passa il tempo con gli amici che trascorrono tutto il tempo con lo smartphone. Io no. Capisci? Sono fuori e fuori rimango. Fuori si respira.”

“Però vuoi rimanere a casa.”

“Certo, meglio in casa se fuori l'aria è inquinata.”

“Senti con te un discorso non lo si può fare.”

“Mio padre diceva che avevo sempre l'ultima risposta.”

“Già, e quale sarebbe?”

“Sarebbe che ho deciso di rinunciare al contratto di lavoro per badare a mia figlia.”

“Tu sei pazza. Rischi di non lavorare mai più.”

“Io sarò una pazza drammatica, ma tu sei pessimista.”

“Lo sai come funziona! Anche se sei precaria, una volta dentro trovano sempre un modo per farti continuare a lavorare, ma una volta fuori non ci entri mai più.”

“Sei sicura? Te lo dico io come realmente funziona. Un uomo ad un certo punto diventa vecchio senza più forze e, in prossimità della morte, ripenserà alla sua vita. Non cambia nulla se ha studiato oppure no. Non cambia nulla se abbia fatto tanto lavori o se ne abbia fatto uno solo. Non cambia nulla se ha avuto tante donne o se ne ha amato solo una. Non cambia nulla se è ricco o se è povero. Lui sta morendo. E se ciò che ricorda della vita che ha fatto lo fa sentire vivo, allora ecco il suo significato. Ecco un uomo realizzato. Ecco che può morire in pace. E se io tra un anno ripenserò all'anno passato, sarò felice perché avrò seguito mia figlia. Mia figlia cambia ogni giorno e una madre distratta dal lavoro non se ne accorge. Se tornassi al lavoro, tra un anno ripenserò ai calcoli, agli studi e non mi sentirò viva. Mi sentirò solo una ruota di un carro che non è il mio. No, cara mia. Se non sei un pezzente (e la maggior parte delle persone non lo è) il lavoro deve darti talmente tanta soddisfazione da giustificare il fatto che ti assorbe la giornata. Ma se hai un altro obiettivo, anche se soltanto per un anno, non vedo perché non dovresti riagganciare.”

“Per non perdere la priorità acquisita.”

“Ecco, non voglio perdere la priorità acquisita: mia figlia.”

E così rinuncio al contratto. Non avevo percepito nessun compenso per la maternità. Quindi non devo nulla a nessuno. Ho avvisato i responsabili per tempo, per non recare danno. Il futuro? Non mi spaventa perché vivendo bene il presente so che sarò felice domani. Sono sicura che, quando riterrò opportuno tornare a lavorare, qualcosa farò. In ogni caso, mi assumo la responsabilità della mia scelta. Che ora mi trovi a casa e che non stia sfruttando le mie competenze professionali non mi preoccupa. Per ora ho altri impegni. In fondo ho studiato per avere più opportunità, compresa quella di poter accudire la bimba a tempo pieno finché necessario.

martedì 19 maggio 2015

Tra-dire

Non penso sia possibile amare solo una persona alla volta nella vita: già madre e padre sono due e come scegliere?

La visione comune dell'amore è molto restrittiva. Di fatto si confonde il sentimento con il ruolo che occupa una persona nella nostra vita. Si possono avere solo un padre e una madre. Non si possono avere, se non previste in certe culture, due mogli e due mariti contemporaneamente. Ma due amanti sì. Amante non è un ruolo: contiene la parola amore e l'amore non è selettivo, né esclusivo.

Richiedere che una persona ami solo un'altra persona nella vita penso sia come mutilare la sua capacità di amore e di espressione. Di fatto in questo caso non si ama veramente, ma si cerca solo qualcuno che occupi un ruolo nella vita per non sentirsi soli. I figli nascono da una coppia che forma famiglia, e già l'amore coinvolge più persone assieme. In generale, penso che la famiglia naturale non sia l'unico esempio possibile di amore tra più soggetti. Può esserci amore tra membri di una comunità o di un gruppo.

Inoltre il concetto di fedeltà penso abbia poco a che vedere con l'amore. E' luogo comune essere fedeli in una relazione di coppia se non si hanno rapporti sessuali con altre persone. Ma se nella coppia manca collaborazione, rispetto, stima e fiducia reciproci, anche se non si hanno rapporti extraconiugali, credete veramente che ci sia fedeltà all'amore? Piuttosto potremmo parlare di fedeltà al ruolo di moglie, marito, fidanzato/a che sia.

Fedeltà nel rapporto d'amore per me significa simpatia, passione, condivisione di idee e pensieri, collaborazione, rispetto delle proprie idee, appoggio, stima, comprensione e non necessariamente uno di questi elementi viene a mancare soltanto per un impulso sessuale soddisfatto al di fuori della coppia.

Credo che fin da ragazzini ti lavano la testa “se ti fa le corna, lascialo/a.” Ma perché? Ti ha mentito? Questo potrebbe essere un buon motivo per lasciarlo, ma supponiamo che te l'abbia pure detto, anche se dopo l'accaduto. Rimane comunque ferma la condivisione. Ti ha mancato di rispetto? Questo potrebbe essere un altro buon motivo se veramente si dà così alto valore personale alla fedeltà e non solo valore sociale, perché si ha paura soltanto dell'appellativo “cornuto”. Mancanza di stima o ammirazione? Forse è stata solo curiosità di nuove avventure o magari in qualche modo non lo/la abbiamo tenuto/a abbastanza occupata/a.

Mi rendo conto che la mia visione libera sull'amore e sul rapporto di coppia appare un po' anomala e indigesta. E qui metto le mani avanti per possibili battute volgari, dicendo che avere una mente aperta non significa avere anche le gambe aperte. Queste considerazioni mi segnarono come un cappio al collo da ragazzina. Probabilmente ora non avrei una relazione stabile se non avessi avuto la fortuna di incontrare chi ti guarda per ciò che sei e non per come appari, chi il primo appuntamento non lo vede come un colloquio di selezione chiedendoti tutto sulle tue esperienze passate, ma ti osserva soltanto.

Non condannare il tradimento carnale non vuol dire tradire o cercare un alibi per farlo.

Analogamente, chi è a favore della legalizzazione delle droghe, non è necessariamente drogato. E' soltanto contrario all'ipocrisia e alla falsa lotta contro la criminalità. Di conseguenza condannare il tradimento a priori, da un certo punto di vista mi sembra ipocrisia. E se il partner si masturba è diverso? Se guarda sempre organi sessuali a video che non sono i vostri. è diverso? Se è insoddisfatto e non ve lo dice e continua a vivere fedelmente e infelicemente con voi, perchè non lo considerate tradimento? Se rivela ad altri e non a voi le sue fantasie erotiche, non vi tradisce? Capite che il limite è solo imposto dalla società e non dalla vostra coscienza.

Sia chiaro, a chi mi segue, che non sto confessando indirettamente nessun tradimento come lo intendete voi. Anche se il mio compagno ha visione più convenzionale di amore e coppia, ne ho pieno rispetto. Non voglio varcare nessun confine: sto bene dove mi trovo. Avere ampi orizzonti non significa non avere limiti. Essere liberi non significa non avere vincoli, ma poter aver vincoli se è ciò che si vuole. In maniera analoga, rispetto la proprietà privata come compromesso per vivere, pur essendo di visione comunista e sognando un'altra società.

Ci tenevo in questo post a condividere la mia idea su un tema di cui se ne discute molto da adolescenti, che poi, rimane scontato in età adulta, finendo in alcuni casi con un bel divorzio al momento in cui lo decide la società: il tradimento carnale e non quando inizia il vero tradimento: la rottura di un'unione spirituale completa. E' quello il tradimento che razionalmente si dovrebbe temere, che inficia il ruolo di una persona nella nostra vita, anche se l'amore può rimanere.

Spesso infatti quando si dice “non ti amo più” significa “non ti considero più come fidanzata/o”, anche se un sentimento di fatto rimane sempre, perché l'amore non si cancella, perde solo intensità.

Ho deciso di trattare l'argomento in questo periodo perché, è inutile negarlo, i bambini formando famiglia aumentano i doveri della coppia e spesso ne riducono i piaceri, cioè i bambini si mettono al centro della coppia disturbandone, in un certo senso, il rapporto. Non sempre infatti si crea un'armonia a tre, e talvolta la coppia si allontana perché impegnata a gestire le relazioni mamma-bambino o papà-bambino.

E allora mi sono chiesta se temevo un tradimento reciproco. Non sono mai stata gelosa. Semmai sospettosa di chi potrebbe intromettersi e influenzare le nostre scelte. Ma parlandone con lui vedo che mi considera di più di quel che credevo e condivide le mie scelte quotidiane di madre.

Quando ci siamo conosciuti, ben dodici anni fa, ero diversa e con il tempo ho cambiato idee, prendendo consapevolezza di chi sono veramente. Questo ha fatto emergere dei lati a lui oscuri di me che forse non gli piacciono e a volte questo un po' mi spaventa. Mi spaventa anche il fatto che divergiamo su alcune questioni ideologiche.

Ma così come un bambino non cresce dall'oggi al domani e ti lascia il tempo di adeguarti al suo sviluppo e di adottare le misure per venire incontro alle sue vere esigenze, anche una relazione si evolve gradualmente, lasciandoti il tempo di individuare soluzioni ad eventuali problemi.

E qualsiasi cosa possa mai accadere, l'amore ci sarà sempre così come il legame filiale. E' questa la vera certezza. I ruoli possono cambiare, ma i sentimenti restano.


giovedì 14 maggio 2015

La madre adatta

Se chi mi conosce può mai aver pensato “temo che tu non sia una madre adatta”, forse non ha chiaro cosa significhi la parola adatto, confondendola piuttosto con adattato.

Allora posso darvi ragione. Io non sono una madre adattata. Non seguo le regole e convenzioni sociali, ma seguo il mio istinto che vuol anche dire la mia mente e in senso lato il mio cuore.

Penso che avere un bambino non significhi avere un trofeo da mostrare. In quel caso allora certamente dovrei essere una madre adattata per avere il vostro riconoscimento e la lode per mia figlia.

Una madre adattata ha tutto ciò che la società richiede per crescere e vivere con il suo bambino: vestiti e giocattoli in gran quantità, carillon, sterilizzatore, cuocipappe, ciucci, interfono, riduttore per il lettino e per la vasca, ovetto per l'auto, auto …

Una madre adatta ha tutto ciò che serve per crescere e vivere con il suo bambino: il seno, le braccia, le gambe, gli occhi, il sorriso, la testa, soprattutto quella, che serve per pensare e per capire ciò che sia giusto e adatto per il bambino.

Una madre adattata festeggia le ricorrenze e le festività con i figli non approfittando di un giorno per staccare dalla quotidianità: riposo o gita, lettura o sport a seconda dei casi, ma esasperando ciò che di fatto fa tutti i giorni: acquisti, pranzi, cene, aperitivi, stare in mezzo alla gente. Tutto in gran quantità, come la società richiede, e in gran quantità devono essere i parenti, gli invitati, tutti quelli che distraggono dal pensare, dal trascorrere un giorno di pace e di silenzio. Rumore, solo rumore. Traffico. Così ti rincoglionisci e il giorno dopo sei pronta per affrontare la settimana lavorativa.

Una madre adattata infatti lavora. Lavora, anche se in casa uno stipendio basterebbe. Lavora perché pensa di rendersi indipendente, quando di fatto è doppiamente schiava, schiava del lavoro e della casa che al ritorno deve essere pulita e in ordine. Una madre adattata è complice del maschilismo che richiede che una donna debba avere tutto in regola, in ordine, tutto “perfetto” ed essere talmente occupata da non pensare, da non ostacolare lo svolgersi della quotidianità.

Una madre adattata è come se votasse alle elezioni il partito "giusto" per non sbagliare, il partito che sa che vince perché è votato dalla maggioranza. Una madre adattata può senza dubbio esser felice, se adatta ad essere adattata, cioè se di fatto condivide ciò che la società detta. In questo caso essere adattati è la scelta giusta per lei e i suoi figli. Ma in molti casi adattarsi coincide con il comportarsi da stupidi, qualora si voti il partito che non si vorrebbe vedere al Governo. Coincide col sentirsi depressi, senza nessun controllo della propria vita e della propria famiglia.

Una madre adattata non rischia critiche perché si comporta secondo le aspettative sociali. Una madre adatta invece è spesso criticata perché usa la propria ragione. E la ragione viene sempre messa in discussione, a differenza della società, e accusata di “imparzialità”. 

Anche la figlia stessa può criticare la madre adatta. Quando ero una ragazzina stupida, condizionata dalla società e dal suo terrore per la diversità, accusavo quasi mia madre per non essere stata adattata. Una madre adattata avrebbe ricoverato, vita natural durante, la propria figlia invalida per “dedicarsi” come la società detta alle figlie sane: feste, shopping, viaggi. E invece no. Mia madre permetteva che la gente ci guardasse da cima a piedi quando uscivamo perché il quadretto che esponevamo era disturbato da una persona mal ritratta. Mia madre permetteva che in casa non potessi fare le feste di compleanno con i miei compagni normali senza “handicappare” i giochi o i dolci con la presenza di mia sorella S. Avete presente il bambino che abbandona la sorella nel parco nel film “La solitudine dei numeri primi?”. Anche io avrei fatto la stessa cosa se ne avessi avuto l'opportunità, per poi magari uccidermi per il senso di colpa. Avrei adattato la famiglia in vece di mia madre. 

Con il tempo, e diventando madre, ho capito cosa significa essere una madre adatta. Una madre adatta non ha bisogno di nessun adattore sociale. Diventando madre ho capito che se ami veramente tuo figlio lo accetti per com'è, uguale o diverso dagli altri che sia. Accetti di accompagnarlo nel suo cammino, anche se difficile e anche se lui non può parlarti, non può ringraziarti, anche se lui non potrà mai essere un trofeo da mostrare.

A mia madre la società dovrebbe far la lapide d'oro, anche se lei non se ne farebbe nulla.

Mia madre era una madre adatta. Una madre che mostrava entusiasmo, passione, una madre che era felice soltanto per la presenza delle sue figlie. Una madre a cui non interessava cosa studiassi o se studiassi. Una madre che non mi ha mai insegnato che le cose si fanno soltanto in un certo modo. Una madre che così facendo ha lasciato che io diventassi creativa e che ragionassi con la mia testa perché mi aveva dato l'esempio che lei sapesse ragionare con la sua, anche se con i suoi limiti.

Mia madre non era una madre adattata. Quindi non posso avere esempio migliore che provi che la tesi “se non sei adattata non sei adatta per essere madre” sia falsa. Con questo non voglio essere fraintesa: non ritengo certamente che se una madre sia adattata allora non possa essere adatta. 

Voglio solo invitare le persone adattate a non giudicare e a pensare esclusivamente ad adattare i figli loro, se lo ritengono opportuno. 

Mia figlia non vivrà male solo perché la madre non si comporta come una madre adattata. Il sorriso di mia figlia ne è già la prova. Lei si sente amata, capita, ascoltata, rispettata e molto probabilmente farà così con gli altri. Pensate che questa non sia educazione solo perché la madre appare “maleducata” rifiutando le convenzioni sociali? Mia figlia sarà felice e questo sarà sufficiente. Se vorrà adattarsi quando sarà grande lo farà. Se voterà il partito che io non voto, lo farà. La amerò lo stesso. Non le dirò che sbaglia. Sbaglierà solo se le sue scelte saranno inquinate dalle fesserie che sentirà o leggerà in giro. Ma io certamente non aggiungerò pesticidi.


sabato 9 maggio 2015

L'acqua e il fuoco

L'acqua e il fuoco sono una potente fonte di energia.
L'acqua e il fuoco sono elementi essenziali, non sono lusso.
L'acqua e il fuoco hanno ruoli di vitale importanza: l'acqua disseta, il fuoco riscalda.
L'acqua e il fuoco hanno anche ruoli di fatale importanza: l'acqua annega, il fuoco incendia.
L'acqua può vivere imbottigliata, il fuoco no.
L'acqua cade al suolo. Il fuoco si spande nell'aria.
L'acqua appare incolore; il fuoco rosso calore.
L'acqua può essere percepita solo con la vista. Il fuoco coinvolge tutti i sensi.
L'acqua si fa sentire solo quando precipita o scorre. Il fuoco si fa sentire sempre, crepitando.
L'acqua evoca evoluzione. Il fuoco rivoluzione.
L'acqua spaventa solo se in gran quantità, se scorre impetuosamente o se precipita intensamente. Il fuoco spaventa al solo manifestarsi.
L'acqua è una sostanza. Il fuoco deriva da una reazione.
L'acqua e il fuoco vengono chiamati insieme dall'universo e dallo zodiaco.
L'acqua e il fuoco non festeggiano mai. La loro presenza non è ricercata, ma scontata.
L'acqua e il fuoco potrebbero annientarsi a vicenda: il fuoco facendo evaporare l'acqua, l'acqua spegnendo il fuoco.
L'acqua e il fuoco sono elementi naturali: non vogliono danneggiarsi a vicenda.
L'acqua e il fuoco non si toccano per rispettarsi reciprocamente.
L'acqua e il fuoco collaborano svolgendo indipendentemente ognuno il proprio lavoro.
L'acqua e il fuoco abitano lo stesso luogo, ma non si incontrano mai.

Mia sorella A. ed io siamo come l'acqua e il fuoco. Abbiamo sempre avuto idee diverse e siamo sempre state distaccate, per rispetto. Meglio stare ognuno per sé che dover frequentarsi per forza e danneggiarsi a vicenda. 

Da bambina volevo condividere con lei qualsiasi cosa. Non volevo possedere nulla: ciò che era mio per me era anche suo. Lei invece no. Divideva, delineava. “Questo è tuo, non lo tocco. Ma quello è mio”. E allora rispettavo la sua proprietà, senza difendere la mia. La rispettavo perché lei non mi giudicava, né voleva approfittare del mio “comunismo”. Semplicemente si comportava con me come voleva che io mi comportassi con lei. Ed allora la accontentavo: non toccavo ciò che era suo, ma lasciavo a sua disposizione ciò che era mio, anche se lei non lo toccava. Di fatto anche io mi comportavo come avrei voluto lei si comportasse perché non mi interessava avere le sue cose, anche se mi spiaceva che non avesse le mie stesse idee.

Apparentemente lei non ha mai fatto paura, incolore come l'acqua. Non si espone, non si fa sentire, anche se si fa notare con trucchi, borse e abiti firmati. Io invece son sempre stata un pericolo apparente, un segnale rosso, quella che da piccola le faceva paura non appena si mostrava. Quella che si espone, che non sta mai zitta e che non ha bisogno di farsi notare. Incandescente, a volte irrequieta e convulsa, ma altre volte ferma e definita come la fiamma di una candela. Lei invece sempre incolore, nonostante i belletti. Ma anche lei è pericolosa, anche se non lo fa vedere. Se ci cadi dentro può farti annegare. Di fatto anche lei scorre libera, sempre al suolo. Il fuoco sale in aria, si disperde. 

L'acqua scorre e talvolta è in piena. L'acqua non si rende conto della sua funzione vitale. Tende sempre a pensare al fatale. Invece il fuoco pensa di essere vita.

L'acqua e il fuoco obbediscono all'universo. Legate da vincoli naturali, non si farebbero mai del male e pensano sempre al bene del “pianeta”. Pianeta ormai distrutto da due disgrazie familiari. E ora si ritrovano in causa, sempre a debita distanza, per fronteggiare il pericolo di una terza. 

L'altra mia sorella S. ha scampato la morte qualche mese fa. Perforazione dell'intestino. Intervento urgente con poche possibilità perché era già in shock. Ma per fortuna il pericolo sembra essere passato. Ora sta bene, dopo altri due interventi. 

Mia sorella A., a cui avevo ceduto la tutela di S. perché volevo emigrare, ha mostrato le sue capacità. Per proteggerla ha “inondato” gli operatori e gli assistenti sociali. 

Per badare a mia figlia, non ho potuto aiutarla molto, ma lei se l'è cavata da sola. Spero però che la situazione rimanga stabile per qualche anno almeno, che non succedano imprevisti perché ho il timore che ciò che per me potrebbe essere un'altra disgrazia familiare, per lei potrebbe essere l'apocalisse.


lunedì 4 maggio 2015

Natural dura-me-nte

In un mondo così artificiale, essere naturale è molto costoso. Quel che risparmi in denaro, lo spendi in fatica e non solo, rischi pure di litigare per le tue scelte poco convenzionali.

Tanta fatica per far la spesa, evitando le grandi catene. Tanta fatica per cucinare evitando di comprare cibi prefabbricati, pieni solo di zuccheri, sale e conservante. Tanta fatica e lavoro che in un attimo vengono distrutti con l'arrivo dei parenti che portano i peggiori dolciumi comprati al supermercato. Difficile essere naturali quando conta solo il marchio e non la lista degli ingredienti. Difficile, come la situazione di chi è motivato a seguire una dieta e sta facendo sacrifici immensi e si deve pure sentir dire da chi non ti capisce “e dai, per una volta”. Ma a me non interessa sgarrare, altrimenti mica avrei aspettato il vostro arrivo per farlo? Perché certa gente ci prova quasi gusto a contaminare i coerenti, i puri, i naturali. Invidia? Boh! In realtà non me ne fregherebbe neanche nulla dei loro sentimenti negativi, se non fosse che comunque recano disturbo. 

Una madre, benché sia felice di prendersi cura del proprio bambino, è sempre sotto stress per il lavoro da fare, sempre tesa se il bambino piange e non si riesce subito a consolare. 

Una madre è più rilassata se non ha gente tra i piedi che la guarda accudire il bimbo e che ficca il naso chiedendo: “ma che prodotto usi? Come lo fai?” Anche se non giudicano apertamente, dalle espressioni facciali o dal modo in cui lo chiedono fan subito capire i loro pensieri negativi se non si risponde che si usano i prodotti della “Ciccio” o della “Bambi”. 

E se cerchi di usare meno roba possibile per non inquinare l'ambiente e il bambino ti guardano come se fossi taccagna o peggio pezzente. Se vedono i bavaglini puliti, ma rimasti macchiati perché non usi prodotti chimici per smacchiarli o perché, per dedicare più tempo alla bambina non perdi troppo tempo a strofinare manualmente, ti guardano quasi con disgusto. Eppure guardate che evito di usare porcherie perché i bambini mettono tutto in bocca e preferisco che la bimba ingerisca batteri naturali piuttosto che veleni chimici. 

E se poi non usi ciucci, pupazzi o menate per addormentare la bimba, ma la tieni in braccio coccolandola e cullandola, ti dicono “e ma così non te la stacchi più”. E perché mai dovrei “staccarmela”? Crescerà talmente in fretta e non vorrà più stare in braccio. E allora perché devo forzare i tempi e sostituire con merci il mio affetto? Stessa cosa se dici che sei solo tu a darle da mangiare perché hai visto che ha fatto progressi, ma che ha bisogno della tua pazienza, della tua comprensione e del rispetto dei suoi tempi. “Ma se devi far tutto tu non hai spazio per te”. 

Guardate che non mi sento affatto privata del mio tempo e del mio spazio. Io sono felice di dedicare tutto il tempo necessario e le attenzioni dovute alla bimba. Piuttosto mi sento privata se devo trascorrere del tempo a sentire certe stronzate. Stronzate che, seppur non considero e poi getto, recano disturbo come l'odore dell'immondizia.

Ricordo le mie paure, prima di diventare madre, di non saper gestire tutta quest'immondizia. Paure che quasi bloccavano il mio desiderio di avere un bambino. Già, perché tu hai un bambino, ma gli altri si aspettano di vedere un bambolotto firmato. Quando vengono a trovarlo, vogliono vederlo sveglio sorridente, ma composto, pulito, ben vestito. Poi vorrebbero quasi strappartelo dalle braccia. Devono fotografarlo ad ogni mossa, perché non sono capaci di osservarlo prima con gli occhi e poi con la mente. Centinaia di foto che poi non rivedranno mai. Se dorme si offendono quasi se non lo svegli o accennano a frasi “ma passiamo più tardi.” Se vuol mangiare dicono “ma non è troppo presto per la pappa?” Se piange non può mai essere colpa loro, ma colpa tua perché non fai in fretta a farlo star zitto. 

Tuttavia se ci si fa guidare dal bambino sarà proprio lui ad aiutare a trovare la via di fuga. Basta seguirlo, ascoltarlo e condurrà fuori da tutto ciò che si odia, fuori dall'ipocrisia e dall'artificio. Il bambino col suo pianto manifesterà il disturbo verso certa gente. Ed allora tu lo prenderai in braccio, lo consolerai e gli altri prima o poi se ne andranno perché, se hanno un minimo di intelligenza, capiranno di aver disturbato o di essere inutili oppure capiranno che hai vinto tu. 

Tu madre “naturale” perché segui il tuo istinto. Naturale perché ti adatti alle sue richieste e non ti fai condizionare dalla società. Naturale anche se per natura non puoi dare il tuo latte. Naturale, anche se per ipotesi fossi la madre adottiva. Tu che “giochi a cuori in un mondo di denari” (come dicono i Bandabardò in una canzone) sarai più forte. Non avrai bisogno di chissà quanti soldi, ma la tua presenza e la tua energia faranno crescere il bambino sereno. Tu che ami incondizionatamente non ti sentirai mai sola con tuo figlio. Il tuo bambino sarà il tuo alleato. Avrai tutto ciò che ti serve. 

Perché le mamme hanno soltanto bisogno di essere lasciate in pace, da sole con i propri figli. Certamente il confronto con altre mamme, amiche o estranee, è utile, ma non deve confondere o condizionare. Da sole le mamme sono in grado di ascoltare le richieste dei figli e interpretare i loro pianti. Da sole potranno amare i figli come meritano. Da sole, sì, ma, coi padri accanto che collaborano, se possibile. Perchè, ricordiamolo, i figli non li facciamo mai da sole.

NOTA: Provo a dare, con il post, un contributo al progetto   #mammealnaturale

domenica 12 aprile 2015

Ganga

Lasciate il bambino libero di esprimersi, vi sorriderà.
Lasciate il bambino libero di esprimersi, vi ringrazierà.
Lasciate il bambino libero di esprimersi, vi mostrerà il suo mondo.
Lasciate il bambino libero di esprimersi, vi mostrerà la vita.

Potrei anche aggiungere lasciate il bambino libero di esprimersi e vi farà dormire, cucinare, uscire, insomma vivere. Non soffocate il pianto del bambino, ma ascoltatelo e capirete qual è il problema.

Lasciando libera mia figlia, che in “arte materna” chiamo Ganga, ho capito veramente il suo mondo e il suo ritmo. Dorme di notte, nove/dieci ore di seguito. Di giorno però non resiste per più di due ore senza mangiare. E' incredibile come sappia autoregolarsi. Mangia più o meno la quantità che dovrebbe mangiare in base al suo peso. Se ad un pasto mangia meno, recupera nel successivo. Mangia con grinta e non più con estrema lentezza. A volte ancora piange o si agita davanti al biberon, forse perché teme di essere costretta a dover finire. Ma poi riesco a calmarla. 

Non sono riuscita più ad allattarla naturalmente. Ho perso il latte anche grazie agli orari imposti. Ci sono stata malissimo. Ma ho cercato di non abbattermi, di non sentirmi una madre di serie B, solo perché non posso permettermi di “boicottare” le multinazionali del latte.

In fondo non è il latte a fare la mamma, anche se il latte che fa la mamma è più buono.

L'allattamento può essere una relazione anche con il biberon, a patto che sia sempre la madre a farlo.
Il bambino infatti cerca comunque conforto o vuole riposare dopo aver mangiato. Nessun bambino piange, mangia e poi dorme senza trovare conforto nel seno materno. E se non c'è il seno, le coccole, gli sguardi, le carezze e i baci sono degli ottimi sostituti. 

Quindi non bisogna “piangere sul latte artificiale”, ma darsi da fare per far sentire il calore materno aldilà del biberon. Se ci si lascia deprimere, ci si allontana dal bambino. Se ci si lascia deprimere, non si riesce a dare quell'amore che il bambino cerca. Occorre concentrarsi sul bambino e su ciò di cui ha bisogno e non sui problemi personali. Non è facile, ma è il bambino stesso a dare la motivazione.
L'amore che si prova è più forte di qualsiasi altra cosa. 

Non voglio dare consigli. Solo constatare che la natura prevale. Non inquinatela e vivrete in maniera sana. Non sfruttatela e vi darà buoni frutti. Rispettatela e lei rispetterà voi. Curatela e lei fiorirà. Lo stesso discorso vale con i bambini.

E con questo (forse) mi prendo di nuovo una pausa. Vi lascio con una riflessione sulla felicità. Sono felice con mia figlia, ma in fondo ero felice anche prima e sarei stata felice anche senza figli (anche se, dal momento che ho una figlia, non sarei felice senza di lei). Infatti, cito Tolstoj “La felicità non dipende dalle cose esterne, ma dal modo in cui le vediamo.” Pertanto la felicità non dipende dall'avere o meno un figlio, ma dalla nostra percezione di felicità e dall'idea che abbiamo di essere genitori. La nostra testa è veramente ciò che ci consente di essere felici. E adesso la mia testa ha come pensiero principale la bimba.



giovedì 9 aprile 2015

La condanna

Già quando ero in gravidanza pensavo fosse contrario ai miei principi allattare ad orari e costringere un bambino a mangiare. I bambini sanno autoregolarsi. Lo confermano diversi testi. E perché la mia bambina non avrebbe dovuto essere in grado di autoregolarsi? Perché non avrebbe potuto mangiare quando e quanto voleva? Perché dovevo svegliarla per farla mangiare?

Ipse dixit. Se mi han detto di far così vuol dire che nel suo caso è necessario. Forse perché è nata prematura? Ma mica prematura vuol dire ritardata nel capire i bisogni? Dubitavo, ma tuttavia obbedivo a ciò che mi avevano detto. Ero rimasta spaventata da quell'esperienza e mi sentivo ancora in colpa per non essere stata in grado di nutrirla adeguatamente. Per non sbagliare, per non espormi, per non rischiare, seguii alla lettera ciò che mi dissero.

Doveva fare sette pasti al giorno, cioè ogni 3 ore e mezza circa. Avevo comprato la bilancia per la doppia pesata e se non riusciva a succhiare il quantitativo prescritto dovevo integrare col latte artificiale.

La pesavo. Segnavo il peso. La tenevo attaccata al seno non più di mezz'ora. La ripesavo. Segnavo il peso. Integravo col latte artificiale. La tenevo in braccio finché non finiva tutto il pasto o quasi. Segnavo quanto riuscivo a farla mangiare. Non era tutto così semplice e lineare. 

I bambini non sono macchine. A volte mentre mangiava si interrompeva se doveva sporcare il pannolino. E ci impiegava un po'. Per evitare sovrapposizioni con il pasto successivo, cercavo di sollecitarla. Ma niente da fare. Perdevo solo tempo. In effetti aveva ragione. Come si può mangiare mentre si caga? A parte che non è piacevole, è anche difficoltoso. Pertanto era assurdo pretendere di rispettare gli orari. Alla TINO risolvevano tutto in fretta con i microclismi. Ma io mi rifiutavo. Persino da adulti ci si concede il tempo per i propri bisogni, leggendo magari. Perché allora mettere fretta ad un lattante? Perché non aspettare che faccia da solo? Mangiare e cagare sono le uniche cose che un lattante sa far da solo. Perché dobbiamo farle noi allora? Perché dobbiamo imporre i nostri ritmi o condizionare i loro bisogni?

Non volevo dare alla bimba l'impressione che la vita fosse solo regole, privazioni, bisogni definiti da altri. Era contro i miei valori. Volevo trattare la bimba come se fosse un esploratore della Terra che vede il mondo con curiosità, libero, guidato solo dal proprio istinto. Volevo che lei decidesse quando svegliarmi per poter mangiare, quando piangere per avere conforto. Non mi avrebbe disturbato. Io sarei stata pronta a soddisfare i suoi bisogni. Questo pensavo fosse il mio ruolo di madre. Non volevo svegliarmi quando puntavo la sveglia. Non era lei che dovevo nutrire. Non volevo stare ore seduta sul divano a provare in tutti i modi di farla mangiare, con le coccole, con i sorrisi. Non era in quel modo che volevo dare amore a mia figlia. 

Piangevo, non ce la facevo a farle finire il biberon. Non potevo sentirla piangere perché non voleva mangiare più di quel che lei riteneva necessario. Coinvolsi anche il mio compagno. In questo compito lui ebbe molto più successo. Riusciva quasi sempre a farle finire il pasto. Col passare del tempo però lei imparò a sputare, a vomitare. Mangiava male. Ci metteva ore. Ingurgitava un mucchio d'aria. Era rintontita tutto il giorno. Veniva svegliata in continuazione, perché quando finiva il pasto e si appisolava, era quasi ora del pasto successivo.

Io non dormivo più. Avevo quasi le allucinazioni dalla stanchezza. Avrei voluto mandare tutti al diavolo. Tutti quelli che volevano stare ore a guardarmi, mentre ero sul divano a torturare mia figlia. Tutti quelli che ancora avevano il coraggio di dirmi “ma sembra che non abbia fame” “ma meno male che c'è il latte artificiale” “ma ti fa dormire la notte?” “ma perché non venite per le feste?””ma quando hai la prossima visita pediatrica?”

A me non importava di non dormire più. Volevo solo che mia figlia stesse bene. Mia figlia cresceva di peso. Era sana, per i medici, ma vedevo che non stava bene. Era sempre nervosa, aggressiva. Io riuscivo sempre a calmarla, a farla riposare. Ma la situazione stava peggiorando. Era talmente isterica che non riusciva più ad attaccarsi al seno. Piangeva davanti al biberon e puntava i piedi sulle mie gambe come se volesse scappare. Faceva così anche se aveva fame, ma forse non voleva mangiare perché aveva paura di essere forzata. Era difficile capire il suo comportamento. 
 
Era una situazione insostenibile. Capisco che era importante che crescesse di peso, ma per me era più importante che crescesse serena. Se volevo prevenire futuri problemi, per esempio di bulimia, visto che aveva già imparato a procurarsi il vomito, non potevo continuare con quella politica.

Però in fondo avevo paura di ascoltare lei per andare contro i medici, paura che l'avrebbero di nuovo portata via, se non fosse cresciuta a sufficienza. Ma mia figlia non poteva crescere ad un ritmo che non era il suo. Dovevo intervenire a suo favore. Dovevo lasciarla vivere. Altrimenti avrei fatto come chi ti salva la vita per condannarti a morte.



mercoledì 1 aprile 2015

Vivere la TINO

Dopo 23 giorni, cioè 552 ore, senza uscire all'aria aperta, mi sembrava strano camminare per strada. Dopo le dimissioni, passai a casa e poi ritornai all'ospedale dalla bimba. La ferita del cesareo minacciava, ma presto la mia indifferenza nei suoi confronti la rese innocua. 

Arrivavo alla T.I.N.O. (terapia intensiva neonatale ospedaliera) sempre qualche minuto prima dell'orario in cui erano ammessi i genitori. Passavo al bagno dell'ospedale e mi cambiavo. Dovevo indossare o il camice verde usa e getta che fornivano o una maglia/vestito bianca personale diversa dall'indumento con cui arrivavo da fuori. Per evitare sprechi, mi portavo il “camice” da casa. All'ingresso, depositavo borse e giacca nell'armadietto apposito, indossavo i calzari usa e getta che fornivano, mi lavavo accuratamente le mani con l'antibatterico. Queste erano le regole igieniche per essere ammessi. Per fortuna la bimba non era così delicata da richiedere di indossare la mascherina e la cuffietta. Poi guardavo sempre le foto, appese alla bacheca, dei bambini che erano stati lì. Alcuni pesavano alla nascita ancora meno di lei ed erano poi cresciuti bene e sani. Le foto mi davano speranza. Non credevo ancora che un giorno sarebbe venuta a casa e che l'avrei cresciuta io, anche se non c'erano ragioni per pensare diversamente. 

Indipendentemente dalla situazione, il fatto di trovarsi in terapia intensiva è un'esperienza inquietante. Pur essendo discreta nei confronti degli altri bambini, mi capitava di vedere gravi problemi di respirazione, problemi neurologici, digestivi … E il fatto che la bimba condividesse lo spazio con bambini critici ti faceva credere che potesse condividerne anche i dolori, così come ti faceva condividere le paure degli altri genitori. Eppure io ero felice quando la vedevo e felice tornavo a casa perché un altro giorno era passato e lei cresceva. Purtroppo però ero isolata nella mia felicità perché spesso vedevo mamme piangere e avrei voluto far qualcosa per loro. Quasi mi sentivo egoista ad essere così contenta in un ambiente così triste. Ma poi pensavo che in fondo era lei nel posto sbagliato, così come io ero stata ricoverata in un reparto non adatto, anche se poi avevo ricevuto tutte le cure e attenzioni di cui necessitavo. E così anche lei era seguita molto bene. Mi fidavo dei medici. Vivevo alla giornata e non chiedevo mai quando l'avrebbero dimessa. Dipendeva soltanto da lei e stressare il personale sarebbe stato nocivo per tutti.

Arrivavo alla sua incubatrice. Sbirciavo dalla tendina e sorridevo apertamente a quella creatura. Poi aprivo la porticina e infilavo la mano per toccarla. Se era sveglia mi guardava con quegli occhioni. Ed io mi illuminavo. Se dormiva, la illuminavo con lo sguardo. In ogni caso, la mia mano le dava conforto e calore che l'incubatrice non poteva darle. Non mi sentivo una vera madre perché non avevo libertà di prenderla in braccio quando volevo, di cambiarla quando ritenevo necessario, di nutrirla quando lei voleva. Dovevo aspettare gli orari dei pasti e per fare ogni cosa dovevo chiedere il permesso. “Posso prenderla in braccio.” E l'infermiera di riferimento me la tirava fuori dall'incubatrice. Dovevo stare attenta a non tirare i cavi della flebo o dei sensori. Se la sentivo piangere prima dei pasti, di norma non potevo chiedere il biberon o provare ad attaccarla al seno. Dovevo aspettare, anche se chiedevo sempre di poter anticipare e quasi sempre, se non erano troppo occupati, mi davano ascolto. Prima di attaccarla al seno dovevo chiedere di fare la “doppia pesata” ossia la verifica del peso prima e dopo la poppata, per vedere quanto latte aveva bevuto.
Erano informazioni che registravano in cartella. 

All'inizio notai qualche resistenza ogni volta che chiedevo di attaccarla al seno “ma è troppo piccola. Non riesce a succhiare.” In effetti a volte era difficile persino darle il biberon. Solo una volta le misero il sondino e fu l'unica volta che piansi. Poi mangiò senza problemi. Però al seno succhiava poco e prendeva poco. Non potevo tenerla attaccata per più di mezz'ora perché bisognava rispettare l'orario del pasto. Infatti, qualora non avesse mangiato a sufficienza, bisognava integrare col latte artificiale. Lei sembrava volesse stare attaccata molto di più. Forse non aveva fame, ma cercava conforto e poi si assopiva. E con l'esperienza avrei detto che probabilmente, se avesse succhiato a richiesta e senza orari, non ci sarebbero stati problemi, anche se in effetti era ancora un po' piccola.

Alla fine, vista la mia insistenza nel tentare l'allattamento al seno, le infermiere mi vennero tutte incontro. Cercarono di fare il possibile per farmi sentire meno a disagio, dato che dovevo allattare in uno spazio stretto con sottofondo di suoni di macchinari e voci interrotte che distraevano la bambina. Mi procuravano comodi cuscini e cercavano di non mettermi fretta. “Se vede che la bimba non succhia però le consiglio di andare a tirarsi il latte. In ogni caso, stimoli il seno ogni tre-quattro ore.” Però di fatto era difficile gestire la situazione con gli orari e con il fatto che non volevo passare tutto il giorno lì dentro, senza poter tenerla in braccio. 

Pertanto, per essere sicura di darle il mio latte, spesso mi trovavo costretta a scegliere tra tirarmelo subito e darglielo col biberon o tentare di allattarla direttamente. E' un po' come se a un uomo venisse detto “scegli se fecondare tramite relazione o con aggeggi per estrazione e poi introduzione.” Cosa fareste? In quel momento per me contava molto di più la relazione che il semplice nutrimento, visto che avrebbero comunque provveduto artificialmente. Pertanto tentavo di allattarla anche con il rischio di non riuscire ad avere il tempo per estrarre tutto il latte. A casa non avevo il tiralatte e non lo comprai subito perché ero stanca di raccogliere dopo essere stata tutto il giorno in ospedale, ma soprattutto non avevo la motivazione. Mi sembrava davvero solo "masturbazione" dopo un'intensa giornata di “approcci”, dal momento che ti dicevano pure “a casa si rilassi e usi una foto della bimba per migliorare la performance”. Inoltre ciò che raccoglievo a casa, doveva prima essere depositato alla banca del latte. 

Alla TINO al massimo riuscivo a raccogliere 20-30 ml a volta. Depositavo il tutto in un contenitore sterile sul quale scrivevo il nome della bimba, la data e l'ora. Purtroppo non potevo evitare di notare il "raccolto" di altre madri. Sui loro contenuti avrei scritto “più giorni” e non perché il mio latte durava di più, ma perché ci avrei impiegato più giorni a raccogliere quelle quantità. “Signora, non importa: tutto quello che riesce a dare, anche se poco, è prezioso” mi incoraggiavano le infermiere Ed allora io mi sentivo sollevata. E raccoglievo il più possibile. E se anche la bimba succhiava poco al seno, ero contenta. 

Le infermiere apprezzarono la mia determinazione e la costanza con la quale approcciavo l'allattamento, anche se difficoltoso. “Possiamo farle una foto? La mostreremo ai seminari come esempio che allattare alla TINO è possibile. E poi la sua dolcezza, il modo in cui guarda e sorride alla sua piccola ... Si vede proprio che la bimba si sente in pace con lei. E le sorride già”. Ero soddisfatta che qualcuno mi apprezzava e non mi giudicava solo dal latte che producevo. Ciò mi faceva sentire più madre e meno impotente. Devo ammettere che non tutte le infermiere erano empatiche. Una mi smontò una volta, dopo la “doppia pesata.” “Ma signora è la bimba che non succhia o è lei che non ha latte?” Comunque cercai di non badarci. In fondo lavorare lì dentro è stressante.

Quando la bimba raggiunse il peso di 1600 g, fu spostata dall'incubatrice in una culla normale nell'altro lato dell'open space. L'ultima fase fu la migliore, ma vedevo che lei era sempre più curiosa del mondo esterno e non ne poteva più di star lì.

Quando raggiunse 1800 g scarsi, fu dimessa. La portammo a casa in autobus. Solo da quel momento dissi a tutti i conoscenti che ero diventata madre.
Prima infatti ero spaventata e non riuscivo a parlarne, se non con pochissime persone. 

Stette 23 giorni e mezzo (circa 560 ore). “Continui con allattamento ad orari” mi fu suggerito al momento della dimissione “ed aumenti le dosi di latte ogni 2-3 giorni.” Fu quella la condanna. Di fatto la mia libertà era ancora condizionata.




venerdì 27 marzo 2015

Il "peccato originale"

Il bidone si era svuotato dell'oro. L'oro era stato messo al sicuro in cassaforte. Il bidone aveva accettato perché al momento l'oro era troppo delicato per essere esposto all'aria aperta vicino al bidone. Ma sarebbe ritornato accanto al bidone, una volta irrobustitosi, perché quella era la sua casa. Tuttavia il bidone era desolato, si sentiva privato dell'oro, anche se sapeva che era in buone mani.

La bimba era nel reparto Terapia Intensiva Neonatale Ospedaliera (TINO). Era in incubatrice e per fortuna non faceva nessun tipo di trattamento, tranne qualche flebo. Non aveva nessun problema e, in mancanza di peggioramenti, l'avrebbero dimessa quando avrebbe raggiunto almeno 1800 kg.

Il mio compagno mi descrisse la situazione e il reparto. Il personale era molto disponibile e competente. Avrei potuto star lì praticamente tutto il giorno. Avrei potuto allattarla, cambiarle il pannolino e tenerla in braccio, anche se gli intervalli fuori dall'incubatrice non dovevano essere troppo lunghi.

Chiesi se il giorno dopo avrei già potuto andare a trovare la bimba. “Sì, ma non prima del pomeriggio e a condizione che si faccia accompagnare da qualcuno in sedia.” Questa volta non avrei protestato per la sedia. 

Infatti tutte le volte che dovevo fare un esame, quando ero in reparto, chiedevo se fosse possibile camminare con le mie gambe e non essere trasportata in sedia a rotelle, visto che non era necessario. “Vi prego, per una volta che non sono legata alla flebo, vorrei camminare con i miei piedi, libera da cavi e non credete che con la sedia arriviamo prima. Inoltre, se siete d'accordo, una volta finito l'esame posso ritornare da sola in reparto senza che voi veniate a prendermi. Avete già tanto lavoro da fare e poi conosco la strada. Non avrei nessun interesse a scappare se è ciò che temete.” Le operatrici capivano che la sedia mi faceva sentire malata e sarebbe stata un ulteriore “schiaffo” alla mia indipendenza, che ormai era stata linciata. Pertanto mi lasciarono camminare.

Quella sera dormii serena. La ferita del cesareo minacciava, ma io non la sentivo. La mia vita si era risvegliata dall'anestesia. Il giorno seguente sarei stata impegnata con la bambina. Purtroppo formalmente non potevo essere dimessa prima di trentasei ore dal parto. Ma potevo comunque essere accanto alla piccola.

Il giorno dopo, gradualmente mi alzai. Che dolore, muoversi, ma ero felice. Presto sarei potuta tornare a casa, anche se purtroppo non con la piccolina. Nel pomeriggio andai a trovarla. Era molto piccola, ma bellissima. Aveva i sensori per il battito e la saturazione e la flebo. Mangiava ad orari e bisognava un po' forzarla, altrimenti le avrebbero messo il sondino. 

Venni presa dai sensi di colpa. Se la flebo le dava fastidio, se i prelievi le facevano male, se doveva mangiare per forza e non per fame come fanno i bambini di solito, se era costretta a star chiusa lì dentro era tutta colpa mia. Mi disprezzavo. Avevo sempre criticato mia madre perché da bambina mi aveva fatto mangiare troppo e la credevo complice dei miei disturbi alimentari. Però di fatto avevo commesso lo stesso errore, sbagliando nell'altra direzione. Se mia figlia avrà disturbi sarà solo colpa mia. Ma forse è inevitabile portarsi dietro ciò che ci lasciano i genitori: se il loro esempio ci piace lo imitiamo, se non ci piace esibiamo l'esatto contrario soltanto per distruggerne il condizionamento. Ma allora un genitore è già fallito in partenza: qualsiasi scelta che fa è sbagliata. E' questo il “peccato originale”?

La sera, durante l'orario di visita parenti, piansi pensando al mio cucciolo che non era lì vicino a me. Poiché dovevo riprendermi dal cesareo, mi sconsigliarono di recarmi di nuovo alla TINO. Allora mi nascosi la testa sotto il cuscino dalla vergogna. Mi credevo tanto virtuosa, ma alla fine non ero stata nemmeno in grado di nutrire mia figlia. Che razza di madre ero? Qualsiasi persona che aveva condiviso la mia stanza aveva tra le braccia il proprio figlio dopo aver partorito. Io invece no. 

Non mi fecero stare meglio neanche le visite che ricevetti, tranne quelle del mio compagno. In fondo erano venuti a trovarmi per educazione, perché in realtà non è me che volevano vedere, ma la bimba. E mi pesava sul collo il non poter farla vedere. Nessuno, a parte i genitori dei bambini ricoverati, era ammesso alla TINO. E su questo punto concordavo. Ma sentivo che era come se si ritorcesse contro di me “Per colpa tua non possiamo vederla. Come minimo devi darci sue notizie.” E mi pesava raccontare dell'incubatrice, dei sensori, degli altri bambini accanto a lei che erano molto più gravi, che soffrivano molto di più, ma per fortuna non per colpa delle madri. Io invece mi sentivo responsabile. “Non deve sentirsi in colpa” mi dicevano i medici. “Gli iposviluppi dei bambini spesso non si vedono subito e non sono sempre dovuti a cattive abitudini della madre”.

Dopo le visite dei parenti, mi ripresi. Sollecitai affinché mi togliessero il catetere urinario e, dopo, mi sentii meglio. Avevo ancora il catetere venoso centrale. Per la rimozione, che avvenne due giorni dopo il cesareo, dovetti firmare un foglio. Non mi fu ben chiaro il motivo, anche se mi fu detto che rimuovendolo era come rifiutare di continuare la terapia in caso ne avessi avuto bisogno nel puerperio. Pur di farmi rimuovere quel catetere avrei pure firmato “il dottore xxx è un coglione.” Ma per fortuna dottori di quel tipo non ce n'erano. Infatti nessuno pareva credere che ne avessi ancora bisogno, anche se la nutrizionista forse, per tutelarsi, mi consigliava quasi di tenerlo. Figuriamoci! E' mica un buco all'orecchio che, al limite, se non si mette l'orecchino si chiude da solo. Anche se non lo utilizzavo, avrei dovuto correre sempre in ospedale per la medicazione. E poi, dal momento che la bimba era nata, avrei preferito morire di fame piuttosto che continuare a nutrirmi artificialmente. 

Ma per fortuna la questione non si poneva. Dovevo riprendermi in fretta dal cesareo, farmi dimettere e tornare ogni giorno alla TINO per assistere alla piccola. Dovevo abbandonare i sensi di colpa, che non facevano che danneggiare ulteriormente la bimba. 

Nonostante tutto, non conosco nessun'altra madre che abbia dato così tanto amore ai suoi figli come mia madre. Non conosco madre migliore della mia. Quindi avrei fatto altrettanto.

I giorni successivi, il personale del reparto mi considerò molto di più come persona che come paziente. Mi chiedevano sempre notizie della bimba e non reclamavano se mi assentavo per ore. In fondo mi stimavano “lei è una persona in gamba” mi disse un'ostetrica “ha sempre fatto di tutto, durante la degenza, per migliorare la sua condizione, e quella di sua figlia”.

Chiusi quell'esperienza ascoltando “Shine on you crazy diamond” dei Pink Floyd, liberandomi di tutte le “scorie” accumulate (anche in senso fisico perché dopo il cesareo è condizione necessaria per la dimissione).
“Come on you raver, you seer of visions,
Come on you painter, you piper, you prisoner, and shine!”

In totale, stetti ventitre giorni in quel reparto. Quando tornai a casa, per circa una settimana, mi svegliai di notte, tastandomi il braccio per vedere se avevo ancora la flebo.




martedì 24 marzo 2015

Pensavo fosse spontaneo e invece era un cesareo

Nonostante i risultati della terapia fossero evidenti, i medici volevano far nascere la bambina prima del termine. Avrebbero individuato il momento più opportuno sulla base dell'esito dei tracciati. Il tracciato è un esame che rileva la frequenza cardiaca del bambino e le contrazioni. In pratica dovevo stare sdraiata o semi-seduta, ferma per almeno venti minuti, con due sensori legati all'addome. Spesso l'esame durava molto di più, perché la mia bimba non stava ferma o dormiva. Da quando mangiava di più, era anche più addormentata.

La sera prima dell'ecografia per valutare l'accrescimento, il tracciato durò un'ora. Ero stanca e in ansia per l'esame del giorno dopo. Ci fu una decelerazione. I medici non volevano “staccare” il tracciato, se non erano convinti che fosse tutto sotto controllo. Non ne potevo più. Il mio intuito mi diceva che non c'era nulla di cui preoccuparsi e quindi volevo solo che mi lasciassero riposare. Infatti la bimba si muoveva in continuazione e già altre volte si perdeva il segnale.

Ma c'era un modo per influire sul tracciato? Se la bimba era addormentata, potevo favorire il risveglio? Allora ascoltai della musica. Solitamente durante il tracciato non ascoltavo nulla perché mi piaceva sentire solo il suo battito. Ma ora quel battito mi metteva ansia e dovevo calmarmi. Cosa potevo ascoltare tra le canzoni che avevo nel repertorio? Ci voleva qualcosa di tranquillo, riposante, ma che al contempo desse energia e vitalità. Mi venne in mente la canzone Beppe Anna della Bandabardò: “Attenziò, Concentraziò Ritmo e Vitalità, Devo dare di gas, voglio energia, metto carbone e follia se mi rilasso, collasso mi manca l'aria e l'allegria.” “Odio il pigiama e vedo rosso, se la terra mi chiama non posso, restare chiuso fra quattro mura, ho premura di vivere perciò...” Era la canzone giusta. La bimba si riprese e staccarono il macchinario.

I giorni che seguirono, i medici aumentarono il livello di guardia. Un “losco” anestesista mi fece firmare, preventivamente, un foglio per il consenso al cesareo. Fino a quel momento avevo sperato di poter aver un parto spontaneo. Avrei continuato la terapia il più a lungo possibile per evitare che la bimba nascesse prematura. Avrei sofferto di più per risparmiarle eventuali sofferenze. E invece ero alla trentaquattresima settimana e molto probabilmente non sarei arrivata alla trentacinquesima e mi avrebbero fatto il cesareo. Ricordo che prima di finire in ospedale, avevo quasi intenzione di partorire a casa. E invece chissà quando sarei tornata a casa e chissà se da sola o con la bimba, perché se fosse nata troppo piccola come pareva, sarebbe stata in incubatrice.

La terapia di flebo continuava, ma non era determinante come i risultati dei tracciati, che dopo quella sera andarono benissimo. La musica mi aiutava. Dopo due giorni, però ci fu un altro falso allarme, anche se l'ostetrica notò che poteva essere dovuto alla postura sbagliata che avevo assunto. Tuttavia, il battito riprese bene e mi staccarono poi il macchinario. Stavolta però era stato necessario cambiare musica. Probabilmente la bimba era scocciata di essere disturbata in continuazione da quei sensori e anche io non ne potevo più di stare sempre ferma con quelle cinture elastiche strette alla pancia. Ci voleva una canzone “dura”, che esprimesse rabbia. Trovai subito quella giusta: St.Anger dei Metallica. “St. Anger 'round my neck, He never gets respect” “(You flush it out, you flush it out)” “Fuck it all and no regrets, I hit the lights on these dark sets, I need a voice to let myself, To let myself go free” “I feel my world shake” “Is it me? Is it fear?” “I'm madly in anger with you, I'm madly in anger with you, I'm madly in anger with you” “And I want my anger to be healthy” “Yeah and I want my anger to be me” “And I need to set my anger free” “Set it free”.


“La tua bimba si è ripresa molto bene.” mi disse un'ostetrica giovane che ormai mi dava del tu. “Il segreto è ascoltare i Metallica”. Sorrise. Provai una volta anche a riferire ai medici che la musica che ascoltavo influiva sul tracciato. Ma furono piuttosto scettici. Comunque non mi interessava che non ci fosse nessuna base scientifica, visto che per me funzionava e mi aiutava.

Alla trentaquattresima settimana più cinque giorni, feci un ecodoppler. Quel giorno mi venne anche un po' di febbre, ma forse perché avevo preso un colpo d'aria. Dall'esame emerse che il liquido amniotico si era ridotto. “Alla luce di questo risultato e visto che i tracciati forse cominciano a segnalare l'inizio di una possibile sofferenza fetale, domani facciamo il cesareo.” Non ci credevo. Avevo paura che la bimba potesse avere dei problemi, ma tuttavia ero tranquilla e forse sarebbe stato meglio metter fine a quella tortura. 

“Ti prego, non dire niente a nessuno, neanche ai tuoi” chiesi al mio compagno. Volevo esser serena, affrontare tutto da sola, non volevo parlarne con nessuno. Il silenzio mi avrebbe aiutato. Il silenzio mi avrebbe dato coraggio. 

Quella sera però, nonostante i Metallica continuassero a influire positivamente sul tracciato, i medici decisero di anticipare il parto. “Meglio che facciamo subito il cesareo.” “Ora?” “Sì.” “Ma ho già fatto cena.” “In certi casi il digiuno non è indispensabile.” “OK. Posso chiedervi solo di aspettare un quarto d'ora perché sta per arrivare il mio compagno e vorrei che lo sapesse e vedesse la bimba appena nata.” Alle ostetriche e infermiere faceva comodo portarmi subito in sala. “Ma cosa aspettiamo, è urgente, è la tua bambina.” Io insistetti perché non pensavo che un quarto d'ora avesse stravolto tutto. Il medico mi diede ragione. “Possiamo aspettare”. Nel frattempo, mi prepararono per la sala. Il mio compagno arrivò. Ero pronta per affrontare il cesareo.

Mi portarono in sala. Ero serena. Tutto sarebbe finito. ”Ora le farò un po' male.” “Non penso mi faccia più male di quanto ho già sofferto.” “Me lo dirà dopo.” Mi fece un altro buco. Avrei preferito non me lo avesse fatto, ma non fu nulla in confronto a quelli che già avevo dovuto sopportare. “Fossero tutte come lei” mi rispose l'anestesista. L'altra anestesista, che già avevo conosciuto perché mi aveva inserito il catetere venoso centrale, invece continuava a toccarmi la schiena per cercare il posto migliore per l'anestesia epidurale. “Mamma mia che brutta schiena che hai. Per fortuna che sei bassa, così non si nota”. “Già, per fortuna. Come direbbe mia madre Dio vede e provvede.” Ma in quel momento non era la schiena a preoccuparmi, se non per il fatto che aspettava di ricevere la puntura. Avevo poi smesso di farmi i complessi per la statura da circa diciotto anni. Quindi sorrisi.

Mi legarono e iniziarono a trafficare. Io ero talmente rilassata che quasi mi addormentai. Ad un certo punto apparve Ganga, il più bel mostriciattolo che avessi mai visto. “Ngueeee Ngueee.” Strillava proprio bene. Non aveva nessun problema. Pesava solo 1260 g. E questo però sarebbe bastato per tenerci lontane per un po'. Piansi. Volevo abbracciarla, ma avevo le braccia legate. Allora le diedi un bacino sulla guancia. Poi non la vidi più.

Finito l'intervento, mi toccai la gamba sinistra. Era paralizzata. Al tatto sembrava una sacca di carne sottovuoto. “E' normale, chiesi? Sento bene l'altra gamba invece. ” “Sì, non si preoccupi. Aspettiamo che riprenda sensibilità e la portiamo in reparto”. Ero ansiosa di rivedere il mio compagno e chiedergli dove avevano portato la bimba. Feci di tutto per accelerare il processo di “risveglio” della gamba, muovendola e pizzicandola.

Poco dopo mi riportarono in reparto. “Dov'è la bimba? L'hai vista mentre la portavano?”





giovedì 19 marzo 2015

Anestesia

“Lei non ha nessun problema, né disturbo. Forse a volte ha la cattiva abitudine di scherzare col fuoco, ma sa benissimo quando e come smettere. Vedo che ci tiene molto a questa gravidanza”. “Certamente, farei qualsiasi cosa” e poi, pensai, cattive abitudini non significa mica cattive persone.” Pertanto non le prescrivo nessun tipo di psicofarmaco. L'avverto soltanto che il catetere venoso centrale potrebbe darle molto fastidio. Non credo invece che lei possa avere problemi di depressione. Semmai potrebbe sentirsi giù di morale, ma lei ha carattere”. Fu questa la conclusione dello psichiatra.

La soluzione che mi proposero per far crescere la bimba senza danneggiarmi lo stomaco fu quella della nutrizione parenterale, cioè della somministrazione di nutrimento per via endovenosa. In pratica però non si trattava di una normale flebo. Mi portarono nel reparto di anestesia e rianimazione e mi inserirono un catetere in una vena centrale. Partirono dal braccio e sentivo che trafficavano fino al livello del collo. L'inserimento non fu troppo doloroso, ma fu terribile sentire che manovravano con le mie vene e dicevano cose del tipo “ma così terrà?” “aggiustalo un po'” “accorcia di là” … Poi mi fecero una radiografia al torace per vedere se fosse ben posizionato. Dopo un ritocco, il catetere era apposto.

La terapia consisteva in 24 ore su 24 attaccata ad una pompa ad infusione. Per andare in bagno o muovermi un po', potevo staccare la presa dalla corrente, ma avevo un'autonomia di circa 20 minuti. Poi dovevo riattaccarmi.

Dipendevo completamente sia da una flebo che dalla corrente elettrica. Se muovevo troppo il braccio, cosa che succedeva spesso, la pompa si inceppava e dovevo chiedere assistenza.
Oltre a nutrirmi artificialmente, dovevo mangiare regolarmente. I primi giorni stetti un po' male: mi doleva il collo, sudavo, avevo mal di testa e dopo i pasti mi sentivo scoppiare. Poi mi abituai. Fare la doccia completa era impossibile. Mi lavavo a pezzi e per cambiarmi dovevo chiedere se mi staccassero un attimo dalla pompa.

La nutrizionista mi aveva sempre vietato di mangiare l'insalata per evitare il rischio della toxoplasmosi. Però non fece nessuna menzione delle potenziali infezioni mortali che avrei potuto prendere con il catetere né del rischi a cui potevo andar incontro. Se mi avesse danneggiato la vena, la mia vita sarebbe stato un caro ricordo per chi mi conosce. Ma non ci pensai. In questi casi bisogna solo fidarsi, ma fidarsi è bene, rompere è meglio. Gli anestesisti mi avevano detto che mi avrebbero cambiato la medicazione una volta alla settimana e nel reparto avrebbero dovuto farmi il lavaggio due volte al giorno. “Mi raccomando: se nel reparto si dimenticano, glielo ricordi lei.”
Devo confessare che ho dovuto stressare perché altrimenti mi avrebbero trascurato. In effetti capivo che quello non era un reparto dove quotidianamente avevano a che fare con quegli aggeggi. Inoltre bisogna riconoscere che il personale fa turni da 12 ore. Mi chiedo come possano reggere questi ritmi. Penso anche all'incoerenza di promuovere la salute, quando i medici, gli infermieri e operatori sono costretti a stili di vita poco salutari. Così come i nutrizionisti vietano assolutamente di saltare i pasti (ma loro come fanno a mangiare regolarmente con quegli orari?).

Il primo giorno che iniziai la terapia andai in crisi perché, dopo aver ispezionato nella stanza dove stavo quante prese c'erano e aver studiato come muovermi con quell'aggeggio, mi dissero che avrei dovuto cambiare collocazione. Mi avrebbero spostato in una camera con tre letti, anziché due come quella in cui ero. Mi sentii per qualche minuto desolata e smarrita. E purtroppo in quel momento entrarono i medici per la visita. Fui un po' scontrosa e subito accorse la psicologa. “Possibile che non si possa neanche piangere senza bisogno di chiamare la psicologa o di ricorrere a sedativi. A voi non capita mai?” Chiesi se potevo restare per un momento da sola. Poi in un attimo raccattai la mia roba e mi feci aiutare per portarla nell'altra stanza. Le operatrici furono stupite “nessuno è mai stato così veloce come lei” “il segreto è aver poca roba”. Chiesi poi scusa ai medici e tutto si risolse. In fondo i medici ti capiscono, anche se spesso si dimenticano che non è solo la medicina a far star bene un paziente. Il cambio di stanza portò disguidi anche nelle ordinazioni dei pasti. Ma poi non ebbi più inconvenienti, a parte la tortura della flebo.

La nuova stanza era comunque dotata di prese comode. In una attaccavo la pompa, nell'altra il computer. Il bagno invece era più piccolo e scomodo e dovevo fare un po' più fatica ad entrare. Tuttavia preferivo quella stanza perché la finestra si affacciava sul cortile, da cui si vedeva bene la collina. Sembrava una cartolina che cambiava colore solo a seconda del tempo meteorologico e dell'ora. Infatti non si vedevano persone, né auto, nulla che si muoveva. Ciò si intonava di più con il mio stato d'animo. La mia vita sembrava in anestesia. Ferma, svuotata di tutte le esperienze che aveva avuto, ma che attendeva soltanto il risveglio per riprendere daccapo e farne di nuove.

Esteriormente mi stavo riempendo, la pancia cresceva, così come il mio peso, ma internamente mi svuotavo. Non ero nulla e non mi importava di nulla tranne che quella terapia servisse a far crescere la bimba. I medici mi vedevano rifiorire: il mio colorito era più roseo e il mio aspetto migliore. Ma dentro mi sentivo marcire. Ammazzavo il tempo. Non riuscivo a leggere, né a scrivere. Dovevo solo prendere nota di ciò che mangiavo, che ricopiavo dalla lista scritta ad ogni pasto che mi portavano. Avrei potuto scrivere un romanzo in tutto quel tempo trascorso, ma riuscii solo a scrivere questa frase “Tu crescevi e nessuno si accorgeva di te. Dal momento in cui tutti han cominciato ad osservarti, allora hai smesso di crescere.” Nemmeno guardare film mi consolava: se erano comici non mi facevano ridere, se erano drammatici mi facevano stare ancora peggio.

Quando arrivavano i parenti delle mie compagne di stanza che avevano partorito, avrei voluto infossarmi. E invece non potevo neanche uscire dalla camera. Il corridoio era pieno di gente e non c'era un posto tranquillo dove potermi sedere con accanto una presa di corrente elettrica. Ed allora stavo a letto, ascoltando la musica, tutta coperta con le lenzuola per non farmi vedere che piangevo. Piangevo perché mi sentivo diversa, aliena a tutto quello, aliena alla vita e diversa perché non avevo ancora tra le braccia la mia piccola.

Volevo stare isolata perché l'isolamento è spesso un rifugio per non sentirsi diversi in mezzo agli altri. Stare isolati non vuol dire necessariamente star da soli. Infatti si può star isolati insieme a tante persone che condividono la tua sensazione di diversità (ad esempio i ghetti di persone immigrati in altri paesi). Penso che, a differenza di ciò che si crede, tutti vivano isolati in gruppi, Anche la famiglia è una sorta di isolamento. Pochi però riescono a star da soli, che è diverso da stare isolati.

Purtroppo non potevo permettermi di stare da sola e allora volevo stare isolata. Ero anche isolata quando parlavo con le altre pazienti che dovevano ancora partorire. Infatti avevamo in comune la gravidanza,anche se la mia situazione era diversa. Una volta che partorivano, invece nulla più ci accomunava.

Quando il mio compagno veniva a trovarmi, non volevo che si fermasse troppo a lungo. In primo luogo perché rispettavo il suo tempo. In secondo luogo perché non permettevo che condividesse il mio isolamento. Infatti lui faceva parte della mia vita e allora preferivo che andasse a casa a preservare il luogo dove sarei ritornata a vivere con lui e la bimba. Avrei gradito, al risveglio della mia “anestesia”, ritrovare tutto nello stesso ordine e stato in cui era prima del ricovero.

Dopo dieci giorni di terapia mi fecero l'ecografia per valutarne i benefici. Ero contenta, i risultati erano positivi: la bimba aveva ripreso a crescere. Tuttavia c'era qualcos'altro che adesso allarmava i medici.