domenica 18 febbraio 2018

L' ANAGRAFA

Scusi signore dov'è l'ANAGRAFA?”. “L'anagrafe? Deve scendere alla prossima fermata.” “Grazie.” 

Ero in Italia, e potevo permettermi di ridere sentendo tale storpiatura. Eppure ci si capisce lo stesso, a volte di più di fare discorsi perfetti e complessi. E la persona che aveva chiesto informazioni non era straniera, ma rientrava in quella categoria di anziani che hanno studiato poco e ai quali in fondo non è mai interessato conoscere bene la lingua da non far errori. Per esprimersi e farsi capire ciò infatti non è necessario. Se hai bisogno e devi chiedere qualcosa di semplice, di specifico, di pratico non importa se parli bene, soprattutto se stai chiedendo qualcosa che comprerai o se stai usufruendo di un servizio. Le persone ti capiscono e ti accontentano. Da questo punto di vista non c'è nessun vantaggio a saper parlare senza errori. Si vive lo stesso. Diversamente invece se si dovesse vendere qualcosa o se ciò di cui si ha bisogno sono il riconoscimento e la stima degli altri. In quei casi allora bisogna saper parlare correttamente.

E invece tutte le storpiature, tutti gli errori di mala pronuncia che sento qua in Svizzera sono gli sforzi di tutti quelli che cercano di parlare la tua lingua e quindi non puoi deridere chi ti risparmia le “lacrime” e gli sforzi di parlare una lingua che storpieresti di più.
Ma la cosa peggiore non è parlar male una lingua, se comunque la gente ti capisce. La cosa peggiore è parlare la stessa lingua, correttamente, ma non capirsi, di fatto non comunicando nulla, ma emettendo soltanto suoni perfettamente percepiti, ma non recepiti. Ciò che accedeva quando ero in Italia.

Suoni, belle parole e poi tutto finisce in silenzio, senza nessuna conseguenza. Eppure puoi continuare a vivere in un posto senza farti capire, soltanto perché quello è il tuo posto. Tu sei nato lì e da lì non ti muovi, non ti alzi. Continui a vedere lo spettacolo anche se ormai non ti interessa più e anche se poi non applaudi, in fondo non cambia molto. Il rumore delle tue mani non si sente molto. Sei seduto, quasi nascosto e gli altri stanno applaudendo al posto tuo.

Invece se sei straniero non è così. Non puoi non farti capire. Parli male, già, ma devi farti capire, altrimenti non riusciresti a vivere, non troveresti lavoro e saresti costretto a tornartene da dove sei venuto. Lo straniero non ha un posto a sedere. Lo straniero vede lo spettacolo in piedi. Si espone, si fa vedere. Ogni suo movimento viene osservato. Il suo applauso si vede.


Sentirsi straniero ti obbliga a vivere con gli occhi sempre aperti, attento, sempre in piedi a capire se può liberarsi un posto, anche solo temporaneo, dove poterti riposare. Ma alla fine ti abitui anche a sbattere il culo contro il suolo freddo, a meno che qualcuno, molto gentile, non condivida il suo posto con te, dandoti la sensazione di sentirti accolto, riverito, anche se in fondo non è quello che cerchi, perché vuoi rialzarti subito e continuare a vedere lo spettacolo in piedi, per non perderti la libertà di uscire, indisturbato, dal pubblico, qualora ad un certo punto lo spettacolo ti annoiasse e non ti interessasse più. 

E allora capisci perché non puoi scegliere gli attori dello spettacolo che stai vedendo. Per poterlo fare devi avere il posto riservato, dalla cittadinanza. E invece puoi scegliere gli attori dello spettacolo che i tuoi connazionali vedranno, ma a cui tu non parteciperai, dal vivo, come spettatore. Il tuo posto sarà sempre lì, prenotato, ma rimarrà vuoto e nessuno in fondo se ne accorgerà. Mentre finché rimarrai in piedi, senza posto riservato, non potrai mai decidere quali attori vedrai nel posto in cui vivi. E' questa la condizione dello straniero. 

In ogni caso, però in una società complessa, fatta di apparenze e sempre più virtuale, di fatto il diritto di scelta riguarda soltanto gli attori, ma non lo spettacolo. Lo spettacolo cambia, certamente, al variare degli attori, ma soltanto nella forma, non nella sostanza. La storia è sempre quella. Il finale pure, anche se l'interpretazione di un bravo attore può essere determinante e farti credere l'opposto. Con la democrazia diretta le cose sarebbero certamente differenti, anche se c'è il rischio che attori improvvisati non sappiano di fatto recitare e rovinino lo spettacolo, facendoti credere che tutto sia un disastro. 

Ma di fatto ciò che accade dietro le quinte nessuno può mai veramente saperlo. Non puoi mai sapere quanto incida l'impresa di chi pulisce il posto che occupi, per esempio. Ogni attore conosce soltanto una parte della verità: quella che percepisce. Oltre i limiti della sua competenza professionale, entrano in gioco le sue “credenze” e la sua fiducia verso gli altri.


giovedì 1 febbraio 2018

Approssimazioni

E' pura illusione credere di stare insieme agli altri per colmare la solitudine.

Siamo soli, nessuno può evitare o colmare la solitudine. Si sta con gli altri per costruire qualcosa che da soli non si potrebbe. Si sta con gli altri per trascorrere il tempo piacevolmente o per star meglio, per non sentirsi abbandonati, o isolati, ma è fallace credere di stare con gli altri per evitare di stare da soli. Ci si può avvicinare, approssimare agli altri ma non si potrà mai raggiungere nessuno al punto da sostituirlo completamente.

Si può trovare qualcuno che approssimi bene la nostra solitudine, che possa descriverla con precisione. Ma non si potrà mai trovare nessuno che sia la nostra solitudine, che la raggiunga al punto tale da sostituirla e quindi, di fatto, da annientarla. Nessuno potrà quindi sconfiggere la nostra solitudine.

Nessuno potrà mai avere la nostra testa, tale e quale, nessuno potrà percepire tutto ciò che noi percepiamo, esattamente allo stesso modo. Nessuno potrà mai avere gli stessi identici pensieri, su qualsiasi tema. Nessuno potrà mai vivere esattamente come noi, pur vivendo insieme a noi.

Eppure pochi sono consapevoli di questa verità. Pochi vogliono ammettere e accettare che si è soli e allora ci si ostina a tutti i costi a riconoscerci in schemi, a seguire le mode sperando in un'identificazione collettiva. Oppure ci si aspetta di trovare una persona che non ci faccia sentire soli. Ma tutto ciò conduce soltanto ad evitabili delusioni perché è normale che ci si senta soli stando insieme con una persona, o addirittura convivendoci.

La questione da indagare invece dovrebbe essere il perché ci si sente soli e se questa sensazione potrebbe essere migliorata stando con un'altra persona. Già, perché la sensazione di solitudine può soltanto essere ridotta, alleviata o sorvolata, ma mai risolta. E allora è possibile sentirsi soli con le persone che si amano? E' possibile. Mi sono sempre sentita sola all'interno della mia famiglia. Con mia sorella non sono mai andata d'accordo: divergiamo nel pensiero praticamente su qualsiasi argomento. Io odio il consumismo e lei lo alimenta. Io voglio vivere leggera, lei pesante. Io risparmio, lei spende. Io riciclo, lei ricompra. Non sono mai riuscita a trascorrere insieme a lei, in armonia, un solo giorno. Eppure ci vogliamo bene e ci aiutiamo. Con mia madre la situazione era soltanto migliore, mi faceva ridere e inquietare allo stesso tempo. Con mio padre andavo d'accordo finché non alzavo il volume dello stereo o della voce e finché le mie azioni e i pensieri non varcavano i confini della razionalità.

E adesso in casa la situazione non è troppo diversa. Un tempo, con la persona che amo e con cui vivo, pensavo di essermi identificata. Ma poi ho scoperto l'errore di approssimazione e questo è diventato sempre più grande e adesso che abbiamo la bambina a volte mi sembra di non aver costruito nulla insieme, ma che ognuno si sia limitato soltanto a dare il suo contributo.
Mi fa paura il fatto di vivere sotto lo stesso tetto e non guardare nella stessa direzione, di non avere sogni, ideali in comune se non quello di trainare lo stesso carro. Finché riusciamo a suddividerci i compiti va tutto bene. Adesso non vorrei certo fermare un treno in corsa, anche se devo ammettere a volte temo possa deragliare.


A lui spesso non piace ciò che vorrei fare e viceversa. Forse a volte ci sentiamo quasi schiavi del nostro amore che ci impedisce di prendere la direzione che vorremmo prendere individualmente. Poi però penso a dove andrei senza di lui e forse non andrei lo stesso da nessuna parte e allora resto lì e penso a ciò che non c'è, che non è una possibilità, ma che potrebbe essere un'altra approssimazione della mia solitudine, approssimazione che copre gli errori dell'attuale approssimazione, ma che di fatto ne fa emergere altri ancora più grossi. 

E allora mi astraggo da qualsiasi altra approssimazione e penso a Schwanden. Con Schwanden non si commette nessun errore, nessun buco rimane scoperto perché Schwanden non è nessun altro, ma è la mia solitudine. Ed è per questo che continuo a scrivere, per cercare Schwanden e dargli forma. In fondo è l'unico punto fermo, quando tutto sembra vacillare.


mercoledì 6 dicembre 2017

Linfomania

Stavolta fu un pezzo di pelle ad essere asportato, un neo nel dito medio del piede sinistro. L'intervento fu breve, in anestesia locale, ma per due giorni ne portai a passeggio il dolore e l'inabilità a camminare.

Ero scettica, non credevo che la biopsia potesse rivelarmi qualcosa di nuovo, di utile. Quasi volevo evitare, volevo rifiutarmi, ma la mia mente razionale, la mia curiosità e la mia deformazione professionale mi spinsero all'intervento senza esitazione.
Dovevo classificare questo “dato”, come feci tempo fa in uno studio statistico, dove analizzai le biopsie. Tutti tumori, a vari diversi stadi. Tutti pezzi di persone di cui non conoscevo nulla e che apparivano ai miei occhi soltanto come variabili “categoriche”. Chissà quante lacrime legate a quelle categorie, quanti progetti andati a monte e in fine quanta sofferenza ….

La mia mente si era preparata, come l'anno scorso, ad ogni eventualità, al punto da essermi già orientata verso un nuovo percorso che nessuno avrebbe voluto compiere, la cui destinazione rima con desolazione.

Ma anche questa volta l'esito negativo della biopsia e le parole del dottore “adesso può sorridere” mi lasciarono invece in uno stato di confusione e smarrimento.

E' incredibile come si possa provare delusione o persino infelicità per una bella notizia, soltanto perché questa si scontra con le aspettative, contro ciò a cui si era preparati.

Stavolta durò poco questa sensazione di abbandono, di sconforto di fronte all'evidente ignoranza clinica del sentimento umano, dello stato interiore, di come ci si possa sentire con l'unica certezza della malattia di cui non si soffre. E tutto il resto? Qual è la spiegazione?
Durò poco, perché tornai subito al lavoro, con la certezza della mia mansione. Tornai subito a frequentare le persone conosciute in questi mesi, con la certezza della loro amicizia o della loro simpatia.

In fondo sono le persone del luogo a farti sentire parte del luogo. L'anno scorso non avevo ancora molti legami e non avevo nessun ruolo. Giravo con mia figlia da un posto all'altro, con l'intento di esplorare la città, ancora titubante di fronte al multilinguismo incalzante.
Ed il fatto che nessuno riusciva a capire il mio malessere fisico e continuava a dirmi che non avevo nulla, mi faceva sentire ancora più straniera, più smarrita.
Mentre quest'anno tale sensazione durò giusto il tempo della visita, per poi svanire ed essere dimenticata.

“E' sicura che non ha bisogno di parlare con qualcuno per accettare questi linfonodi?”

Sì, non ho più bisogno di parlare di questa storia. Non solo accetto ciò che ho e ciò che non ho, ma ne decanto persino la follia, l'ebbrezza. Non ho bisogno di parlare, ma devo vivere, celebrando la mia esistenza ai limiti della “linfomania.”


martedì 28 novembre 2017

Il sangue nell'avena

In fondo la mia vita non è che un esperimento, come questo blog. Cosa deve riuscire, non è chiaro e non se ne possono conoscere a priori la durata e gli sforzi.

L'anno scorso ho vissuto settimane nel dubbio di avere il cancro e invece quest'anno ho trascorso settimane nel dubbio di poter avere l'incremento percentuale di collaborazione sul lavoro.

Come cambiano le prospettive! A volte ci vuole un anno, a volte un solo giorno o addirittura un attimo.

E infatti, non appena ebbi conferma, non solo del rinnovo del contratto, ma anche dell'aumento di percentuale lavorativa, cambiarono di nuovo le “carte in tavola”.

Ed ecco ripresentarsi lo spettro della malattia.

In effetti questi linfonodi inspiegabili e questi miei continui malesseri, mi avevano lasciato perplessa, anche se i medici, dopo tutte le dovute investigazioni, dicevano che non era nulla di cui preoccuparsi. Eppure non volevo rinunciare a capire, a scoprirne la causa, perché penso che se non ne conosce la causa, non se ne possono stimare gli effetti e nemmeno prevedere o fronteggiare le conseguenze. Di fatto si resta in balia degli eventi. Certo, a volte non c'è altra via, altro rimedio. Ma se invece ci fosse stato? Chi me lo avrebbe assicurato? Quale medico si sarebbe accollato la responsabilità di dirmi di non farmi vedere mai più a meno che non mi fosse successa un'altra disgrazia per altri motivi?

E così passarono diversi mesi in cui stetti, in qualità di paziente, lontano dai medici, seppur influenze, febbri, infezioni e continui malesseri, continuavano a suggerirmi di avvicinarmici (anche se spesso fu sufficiente andare dalla pediatria di mia figlia per intuirne l'origine).

Ma avevo sempre il timore della “maledizione” che avevo azzardato romanzare. Mi chiedevo allora, scherzandoci, quale pezzo di me sarebbe stato prelevato quest'anno. Quale anestesia? Di fatto però non mi sono mai fatta suggestionare da questa profezia, da questa prescrizione ineluttabile del destino. Tuttavia la mia curiosità mi spinse a sfidare la sorte e ad andare dal medico. Stavolta scelsi il servizio dedicato al personale dell'ospedale dove lavoro.

La dottoressa, molto disponibile e scrupolosa, mi visitò dalla testa ai piedi. Stavolta il problema apparve dal basso, ai piedi, calpestato, ed emerse in superficie.

“Da quanto tempo ce l'ha questo neo o questa macchia anomala?”

Anomalo? Sinceramente, non me ne ero mai preoccupata. L'avevo visto spuntare, forse l'anno scorso, ma non ricordavo.

“Credo sia meglio che vada a farsi controllare da uno specialista dell'ambulatorio dermatologico decentrato dall'ospedale. Con l'occasione, si faccia vedere anche gli altri nei sul corpo, anche se quelli non mi preoccupano.”

Due uomini, dopo avermi chiesto di spogliarmi completamente e dopo avermi osservato attentamente nei dettagli, mi fotografarono il dito medio del piede sinistro.

Se non fossero stati medici, avrei forse dubitato della loro sanità mentale o della mia impudicizia.

Ma le loro parole, benché risuonassero in maniera più stonata e assurda della situazione, mi fecero rabbrividire:

“Non possiamo dire con certezza che quella macchia sia maligna, visto che lei non ci sa dire da quanto tempo ce l'ha e se si è evoluta. Rivediamoci a gennaio e vediamo come procedere.”

Pur rimanendo allibita, la parola gennaio mi sollevò perché almeno per quest'anno sarei stata salva.

Dopo due giorni, ricevetti una chiamata dall'ambulatorio:

“Signora, potrebbe venire oggi? Il dottore vuole parlarle. Ha rivisto con più attenzione, e con il capo reparto, le sue fotografie.”

Non avrei mai pensato di essere così fotogenica e che il mio piede fosse così interessante.

Cercai di riprendere ciò che stavo facendo prima della telefonata. Stavo preparando uno spuntino: cracker, casalinghi, ai cereali. Con la mente altrove, incurante, non in linea con i movimenti della mano e con gli oggetti che armeggiavo, mi cagionai un piccolo taglio sul dito.

E fu sangue nell'avena.



sabato 25 novembre 2017

Il confine

La vita in fondo è anche questa: un giorno ti alzi al mattino, senza colpa, né dolo alimentare, senza eccesso, senza sintomo o sentimento e, senza controllo, inizi a vomitare.
Poi senza preoccupartene, senza pensare o senza volertene far condizionare, provi a fare colazione e vomiti pure quella. Allora senza rassegnazione e senza darci peso esci, ma senza aver considerato la necessità, ti ritrovi a vomitare in un sacchetto, che senza essere previdente, non avresti portato.
E poi senza fretta, torni a casa e senza gusto inizi a mangiare ciò che riesci, piccoli morsi di qualcosa di scondito, che poi vomiti.
E allora, senza riuscire a fare nient'altro e senza opporre resistenza, ti sdrai a letto, senza impostare la sveglia, senza programmi, senza domani.
E l'indomani ti risvegli, senza aver preso medicine, e come se niente fosse accaduto, mangi e ti presenti al lavoro piuttosto in forma, senza stanchezza, senza nausea e porti a termine quello che dovevi fare, iniziando pure un nuovo progetto.
E con molto appetito e con la voglia di cucinare, torni a casa e mangi e ti chiedi cosa sia successo. Senza memoria, andresti dal dottore. Ma ripensi all'ultima volta che sei andata, rimanendo più confusa di prima, dubbiosa nell'unica certezza di un altro esame istologico, che nemmeno quest'anno hai potuto evitare.
Con chiaroveggenza avevi azzardato la profezia e questa si è avverata.

Ora sei consapevole di quale sia il confine tra l'accettazione e il rifiuto. Se ti ostini a rifiutare ciò che non puoi cambiare, o se continui a voler agire per ciò che non richiede nessuna azione, ma soltanto rassegnazione, oltrepassi il confine dell'accettazione esponendoti al rischio dell'insanità mentale, in preda ad ansie, manie, persecuzioni ed ossessioni. Ma se al contrario ti fermi prima del confine della “reale” e consapevole accettazione, quando invece potresti ancora rifiutare, potresti cambiare, potresti opporti a ciò che non tolleri, potresti agire a tuo favore, ma ti arrendi, anche in questo caso metti a rischio la tua sanità mentale, stavolta in preda a depressione, apatia e abulia.
Per conoscere questo confine spesso bisogna superarlo o rischiare di farlo.

Quando stai male, in fondo, poco ti interessa se i tuoi mali trovano riscontro in una diagnosi clinica, poco ti interessa se questi verranno curati. La tua preoccupazione è riuscire a vivere la tua vita serenamente, trascorrere il tuo tempo, le tue giornate in modo piacevole.
Non ti importa di far parte o meno di un campione statisticamente significativo per essere contemplato dalla scienza, ti importa di trovare una soluzione ai tuoi problemi.

A volte l'unica via è l'accettazione, accettazione dei limiti della società, della medicina, della conoscenza o di quant'altro e trovare la risposta all'interno di sé, la motivazione a fronteggiare qualsiasi situazione, anche quella che richiede la rassegnazione. E' un concetto difficile da spiegare, ma non difficile è capire il momento in cui si crede di aver trovato la risposta. L'importante è ascoltarsi, con pazienza, senza aspettative o pressioni. La risposta prima o poi arriva.

Ma non tutti riescono o possono aspettare e molti hanno paura ad intraprendere un viaggio interiore. Allora cercano un “traghettatore” che li conduca verso l'accettazione. Non sempre si affidano nelle giuste mani di professionisti, esperti, medici ... E non è solo per stupidità che spesso arrivano persino a esorcisti, ma anche per disperazione o smarrimento. 



venerdì 5 maggio 2017

In-segnanti conducenti

Gli insegnanti sono come gli autisti di un bus, che ti portano al capolinea, fermandosi dove previsto, in corrispondenza delle tappe istituzionalizzate. A differenza di un normale bus, in cui i passeggeri salgono e scendono quando vogliono, nella scuola generalmente è il conducente che decide se qualcuno deve scendere dalla vettura e prendere quella successiva, ma non per discriminazione o antipatia, ma soltanto perché reputa che il passeggero non sia pronto per proseguire e che necessiti di ripercorrere la tappa raggiunta con più lentezza o attenzione. 
 
Pur essendo opportuno ringraziare in ogni caso l'autista per averti portato a destinazione, bisogna ammettere che non tutti hanno un modo di condurre piacevole. Alcuni ti fanno venire la nausea o il mal di bus irreversibile per tutta la vita. E nonostante gli si faccia presente che non stanno trasportando patate, quello è il loro modo di condurre. D'altronde la sensibilità e l'empatia sono doti notevoli, anche se sottovalutate, che non tutti hanno e non sono richieste per la patente di autista. Basta che si rispettino le regole stradali, i limiti di velocità e, soprattutto che non si sgarri dal percorso istituzionale. 
 
Benché non sia richiesto che il conducente renda il tragitto piacevole, o sopportabile, se accidentato o in presenza di tornanti, si dovrebbe riconoscere e apprezzare con un riguardo particolare chi ha questo talento. Chi, nonostante le intemperie, riesca a far vedere nitida l'immagine della strada attraverso il finestrino, chi trasmette fiducia e sicurezza in presenza di ostacoli da superare o addirittura passione per le sfide.

Se visiti una città affidandoti ad una guida turistica infatti avrai un bel ricordo del luogo visitato se la guida ti trasmette entusiasmo, curiosità, ti fa apprezzare l'arte, la cultura, mostrandoti la bellezza di un monumento, in relazione con i valori culturali, le tradizioni e la storia locali.

Di fatto però il compito di una guida si limita a far vedere solo ciò che è previsto nel programma, in sequenza, fino al termine, con scadenze da rispettare, con un certo ordine e una disciplina. L'entusiasmo, la personalità particolare della guida non vengono retribuite. In fondo non c'è prezzo per una bella esperienza che ti accompagna per il resto della vita, per una parola in più che ha determinato una svolta, un cambiamento, per un sorriso, un racconto accattivante o toccante. Un ringraziamento a chi ti regala qualcosa in più che non è tenuto a dare, sorge spontaneo anche se spesso ci sembra nulla in confronto a ciò che si ha ricevuto, che non si è in grado di ripagare.

Inoltre un conducente, terminato il suo percorso, non è tenuto a dare indicazioni sulle strade possibili, sui percorsi a piedi o a bordo di altre linee o mezzi di trasporto, sulle coincidenze, sui percorsi più veloci, più economici, più comodi o più adatti alle esigenze e interessi dei passeggeri. Non è richiesto che un conducente osservi un passeggero per aiutarlo a trovare la sua strada. Chi guida deve osservare chi sale e chi scende per motivi di sicurezza e di ordine pubblico e se qualcuno disturba o infrange delle regole deve intervenire, direttamente o chiamando le autorità a seconda delle situazioni. Ma se un passeggero entra sul bus piangendo, l'autista non è tenuto a chiedere il motivo delle lacrime o a cercare di farlo sorridere. Ci si aspetta solo che chiami l'ambulanza qualora la persona stia molto male o perda conoscenza.
Non è nemmeno compito della guida pulire il finestrino o i posti a sedere o rendere la vettura profumata e confortevole, ma solo assicurarsi che ci siano le condizioni perché un passeggero giunga sano e salvo a destinazione.


Dovrei ringraziare tutti i miei insegnanti per avermi istruito e formato. Ma non tutti, devo ammettere, sono stati in-segnanti, nel senso che hanno lasciato un segno, un qualcosa, anche se non troppo piacevole, che ricordo al di là dei concetti e nozioni scritte alla lavagna. Chi ti lascia un segno spesso ti fa delle osservazioni che inizialmente possono sembrare fastidiose perché percepite come una critica nei propri confronti. Ma successivamente le critiche possono rivelarsi costruttive e avere notevoli benefici. Allo stesso modo chi ti incoraggia a far qualcosa, ti fa i complimenti o ti dice ciò che hai bisogno di sentire, ti lascia un segno positivo perché aumenta la tua autostima e la fiducia negli altri.
Tutti coloro che non lasciano un segno, ma si limitano a svolgere solo il proprio lavoro, fanno già tanto, comunque: è un lavoro difficile, faticoso che non viene riconosciuto come si dovrebbe.



L'iniziativa della “Settimana Italiana dell’Insegnante 2017” http://www.youreduaction.it/terza-edizione-settimana-italiana-dell-insegnante-2017/ mi ha dato la motivazione di scrivere questo post, un intermezzo dopo la conclusione della terza parte di questo blog, che forse riprenderò regolarmente a data da definirsi.
In particolare vorrei ringraziare la mia insegnante di italiano delle medie. Credo sia stata l'unica a capire veramente le mie capacità e i punti di forza. L'unica che ha cercato in tutti i modi di spronarmi a valorizzarli. L'unica che anche nei miei difetti trovava una virtù e un'opportunità da sfruttare, a differenza di altri che, seppure riconoscevano il mio merito con degli ottimi voti, spesso aggiungevano: “però la tua calligrafia è pessima, sei una persona disordinata, devi tenere il foglio più pulito e non fare le orecchie, devi fare sempre la scaletta prima di iniziare il tema...” La mia insegnante apprezzava sempre ciò che scrivevo perché apprezzava il mio stile aldilà delle mie opinioni. Mi diceva che ero una persona che rifletteva, rimuginava, rimetteva in discussione ciò che scriveva perché spesso cancellavo, tirando delle righe sopra interi paragrafi. E lo vedeva come un pregio. Non dava importanza all'estetica, a come appariva il foglio tutto scarabocchiato. Lei leggeva ciò che c'era scritto e lo apprezzava veramente. Mi diceva sempre che avevo una bella testa, che dovevo sfruttare le mie capacità di scrittura e di espressione, che avrei dovuto iscrivermi al liceo classico e diventare “un'umanista”.
Purtroppo ero nella fase più difficile della mia vita: l'adolescenza e sottovalutai l'importanza dei suoi consigli. Una volta la sfidai. Scrissi nel tema dell'esame finale ciò che all'epoca pensavo, quali erano le mie aspettative e prospettive dopo le scuole dell'obbligo. Scrissi che a me non interessava avere una “bella testa”, ma piuttosto una bella faccia, un bell'aspetto fisico perché la società (e chi ti sceglie) valuta solo questo. A me non interessava diventare “umanista”, o essere una persona riconosciuta per i suoi studi. Volevo diventare una persona normale. Non volevo andare al liceo perché non pensavo di volere proseguire gli studi dopo le scuole superiori. Volevo seguire un percorso poco esposto alla disoccupazione. E poi volevo che la si smettesse di considerarmi la “prima della classe”, la “brava ragazza” e la figlia che tutti i genitori avrebbero voluto decantare e “sfruttare”.
Anche in quel caso la mia insegnante apprezzò il mio tema dicendo che avevo descritto ed espresso molto bene i miei pensieri e la mia realtà. Lodò il mio lavoro, ma la sua espressione rivelava una certa tristezza per la mia “abnegazione”.
Ricordo una volta, sul bus nel corso del viaggio di ritorno da una gita, si sedette dietro di me con un'altra insegnante. Non so se lo fece volutamente affinché sentissi, ma affrontò il discorso dell'insoddisfazione personale e professionale parlando di un ragazzo molto bravo con talento “umanistico” e predisposizione per la scrittura che stava studiando ingegneria su “consiglio” dei genitori, ma che si sentiva insoddisfatto e per questo non otteneva buoni risultati.
All'epoca non capivo cosa volesse dire sentirsi insoddisfatti nello studio o nel lavoro. Infatti non mi ponevo la questione, avendo delle buone valutazioni in tutte le materie, anche se sottovalutavo che scrivere mi veniva spontaneo, naturale, mentre risolvere un problema di matematica era una cosa che sentivo imposta, “distante” e spesso mi innervosiva perché non arrivavo subito alla conclusione o mi buttavo a risolvere senza leggere con attenzione il testo.
Perciò studiai ciò che sentivo distante, che mi innervosiva e che puntava il dito contro i miei difetti. Ottenni dei risultati perché spinta dalla motivazione di soddisfare le aspettative del mercato e di non essere disoccupata. Ma non pensavo affatto a me, a soddisfare le mie aspettative e a valorizzare il mio talento, mentre la mia insegnante lo aveva fatto, si era preoccupata per me, per la mia soddisfazione e realizzazione. Anche mio padre aveva trascurato questo aspetto, ma forse perché non aveva avuto occasione di osservarmi come aveva fatto lei da esperta.
E la ringrazio davvero. Ho sempre pensato al suo consiglio, puramente interessato al mio bene. Ho sempre pensato alla stima che aveva nei miei confronti. Ho sempre pensato che avrei voluto rincontrarla dopo anni. Ma non l'ho mai cercata. Non ho avuto più notizie di lei. Spesso un grande pensiero rende piccola qualsiasi azione. Forse è per questo che non ho fatto nessuno sforzo per cercarla o forse perché è passato troppo tempo e solo di recente ho realizzato quanto prezioso sia stato il suo consiglio, e quali effetti benefici avrebbe avuto se lo avessi seguito. Non voglio rivelare il suo nome per privacy, ma il suo anagramma “BONTA” perché è autologico (anche senza accento).
Non era tenuta a farlo, ma di fatto è come se mi avesse detto: “Guarda, dopo il capolinea ti consiglio di fare quella passeggiata. Il percorso sarà in salita, ma ne vale la pena. Dalla cima avrai una panoramica stupenda. Tu hai le capacità per affrontare quel percorso e nei momenti in cui troverai difficoltà, sappi che io credo in te e credo che riuscirai a superarle. Perciò non arrenderti e alla fine avrai ciò che meriti, ma ricorda che deve anche essere ciò che desideri perché da lassù vedrai solo quello e se non ti piace ti sentirai desolata e ti sembrerà di soffocare. Ma io ti conosco e penso che amerai ciò che vedrai.”


sabato 25 marzo 2017

Bovarismo

Se i ricordi ti fan stare così male, allora perché non pensi al presente?”

Già, il lavoro, la famiglia, i doveri, le cose da fare … Il presente sarà anche scorrevole, ma in fondo è così vuoto.”

Meglio un cuore vuoto che uno infelice.”

Ti sbagli; meglio infelice. Perché se è vuoto tale rimarrà per sempre, come se fosse morto.
Un cuore infelice invece non potrà sostenere a lungo l'infelicità e quindi spingerà la persona a muoversi verso ciò che conduce alla felicità. Pertanto la sola condizione per diventare felici è mantenere l'infelicità per tutto lo stretto necessario. Certo, è molto rischioso, si rischia di collassare nello sconforto e di non farcela, proprio perché per fronteggiare l'infelicità ci vuole un animo forte.”

E che cosa implica la felicità?”

La completezza e la sensazione di non aver bisogno di nient'altro.”

Pensavo avessi già tutto: un lavoro, una famiglia, un posto tranquillo dove vivere.”

Certamente, ho tutte le condizioni per essere felice, ma credimi, ciò che sento che manca non dipende da cosa ho, ma da dove voglio andare. Non è pertanto legato a ciò che ho già ottenuto, ma alla direzione che vorrei seguire. Schwanden, si va avanti. Ciò che ti rende felice oggi, può non farlo più domani.
Per quanto riguarda il mio lavoro, può piacermi, senz'altro, ma sai che vorrei fare ben altro che statistiche e vorrei realizzare il progetto di cui ti avevo parlato. Vorrei quindi dare dei contributi, che non siano solo numerici o computazionali, ma riguardino un cambiamento di prospettiva che porti ad un miglioramento sostanziale nella qualità di cura e quindi di vita. Per il momento sono felicissima di aver trovato questo posto di lavoro. Ma se mi fermassi qua, svuotandomi delle mie aspirazioni e dei miei ideali, svuoterei il mio cuore, che pur continuando a battere, non seguirebbe il ritmo di cui il mio corpo ha bisogno.”

E la famiglia non ti rende felice?”

Schwanden, sai quanto amo mia figlia e il mio compagno! Ma stando esclusivamente con loro, spesso mi sento privata o limitata. Privata del mio spirito di avventura, della mia curiosità di esplorare diverse realtà per meglio comprendere il mondo. Limitata nella possibilità di frequentare altre persone con i miei stessi interessi. Spesso mi sento intrappolata nel ristretto ambito familiare. Vorrei sentirmi socialmente attiva, anche se so già che se mi impegnassi in qualche attività sociale, anche la società ben presto finirebbe per apparirmi stretta. Schwanden, vorrei poter frequentare persone che condividono pienamente ciò che penso e costruire qualcosa con loro, seguendo la direzione dei nostri ideali. E' qualcosa che va oltre la famiglia. Per questo motivo sento il bisogno di esprimere liberamente le mie idee, per poter capire con chi poter condividere un certo percorso.
Devo ammettere che spesso ciò non va di pari passo con la famiglia. Ovviamente seguo le mie idee e valori nell'educare mia figlia. Ma se li lasciassi circoscritti in famiglia, credo che prima o poi si spegnerebbero. Schwanden, se fare famiglia è un atto idealmente altruistico, di fatto può rivelarsi come l'espressione più egoistica di un essere umano che vede i figli come un futuro strumento di realizzazione personale o di garantito servilismo. Io non mi aspetto nulla da mia figlia. Voglio esserle accanto, essere una guida in questo pazzo mondo. Ma voglio vivere anche io. Colei che crea una vita non può distruggere la sua, altrimenti usa il figlio come mezzo per soddisfare un proprio istinto masochista o, peggio, suicida.
Pertanto non voglio che la famiglia spenga quella fiamma che c'è in me. Ma non voglio nemmeno che questa fiamma incendi la mia famiglia.
Schwanden, non so se il mio sia una sorta di bovarismo.
Adesso non vorrei cambiare professione. Ma credo sia soltanto perché al momento il lavoro mi impegna meno di due giorni alla settimana. La mia mansione mi piace, in fondo, ma la eseguo con la testa, non ci metto nient'altro. E' vero che nel modo in cui lavoro ci metto del mio. Ma nella statistica non posso esprimere nessun sentimento, ma soltanto produrre dei risultati. Il mio lavoro è pertanto una distrazione da ciò che sento dentro. Distrarsi è certamente una necessità per sopravvivere in questa società. Ma tu sai che vorrei vivere in un'altra società, anche se dove vivo ora perlomeno vedo un futuro, un notevole miglioramento, non auspicabile in Italia.
Credo di essere sulla strada per essere veramente felice, ma soltanto se non mi svuoto di questa infelicità che per adesso lascio libera di esprimersi.”

Ma perché sei infelice?”

In effetti non so rispondere. O meglio, ne conosco il motivo, ma non la soluzione.”

E allora vuoi solo lamentarti invano.”

Ti sbagli. Lamentarsi vuol dire solo vedere gli aspetti negativi di una situazione e limitarsi a parlarne senza prendere provvedimenti o aspettandosi che lo faccia qualcun altro. Di fatto si inquina solo l'ambiente esterno. Io non mi sto lamentando. Ti ho detto che sto bene dove sono, non critico nessuno e non mi aspetto nulla da nessuno. Soltanto vedo delle lacune nella mia vita e voglio cercare di far il possibile per colmarle.
E poi, se ci penso bene, non sono infelice. Sono soltanto irrequieta.
In particolar modo, di recente, speravo accadesse qualcosa che poi non è avvenuto. E questo mi ha reso triste. Ma ora il mio animo è tornato sereno. Non mi aspetto più nulla, anche se spero prima o poi accada, e non dipende molto da me. Non posso dirti di cosa si tratta. Alcuni desideri è meglio che restino segreti. Forse un giorno te ne parlerò. E forse un giorno ti racconterò più in dettaglio di quella ragazzina che ero, del suo spirito che è rimasto intrappolato in anni di studio e di falsi miti, ma che è ritornato a vivere, grazie anche a questo blog che mi ha concesso, in questi anni, di liberarmi di tanti pesi che mi portavo dentro.

Per ora ti lascio così, Schwanden. Ho bisogno di chiudere qua. Concludo così questa parte. Sai che ritornerò. Sai che oramai non posso più fare a meno di scrivere. Ma forse non scriverò più a te. Forse incontrerò il “vero Schwanden” quello che vuole capirmi fino in fondo e quindi conoscere la parte peggiore di me, quella che io accetto con piacere perché è il mio istinto: è ciò che mi consente di esprimere liberamente ciò che ho dentro.
Forse deciderò anche di farmi rivedere dai medici come paziente. Quei linfonodi ci sono sempre. Alcuni sono cresciuti ancora e non di poco. Al momento sto bene perché il mio animo è in pace. Non mi tormento più. Non mi tocco più in continuazione, come farebbe un adolescente a cui viene raccomandato di non masturbarsi. Oramai non mi preoccupa nemmeno più conoscerne la causa. Mi chiedo soltanto, razionalmente, se sia giusto ignorare completamente la questione e pensare che l'esito negativo della biopsia possa esonerarmi da qualsiasi altra futura investigazione.
Per adesso ti lascio qui Schwanden, con la voglia di fare tante cose. Ti lascio così: felice, ma irrequieta, con una figlia altrettanto irrequieta da guidare. Ti lascio qui.

We'll meet again, I don't know when, I don't know where.”