venerdì 10 febbraio 2017

Riflessioni libere

Libertà vuol dire più responsabilità e consapevolezza.

Se si vuole essere rispettati veramente dagli altri, non bisogna imporre regole, ma concedere più libertà. Sembra un paradosso, eppure pensate all'individuo che diventa responsabile e acquisisce maturità e consapevolezza dopo aver ottenuto la libertà di andare a vivere da solo.

Finché i genitori lo controllano, finché dettano regole, il fatto che lui le rispetti non significa maturità e consapevolezza del fatto che sia giusto o meno rispettarle, ma vuol dire soltanto ubbidienza. Se ottieni ubbidienza, non stai veramente formando un individuo, ma vuol dire soltanto che hai trovato un individuo che si accontenta di non opporsi. Di fatto non c'è nessun risultato di un processo di maturazione e consapevolezza.

Un figlio che ubbidisce non sta veramente rispettando il genitore, ma gli sta rendendo solo il compito più facile. Il rispetto richiede consapevolezza dell'altro. Solo se al figlio viene concessa la libertà, anche di disubbidire, il genitore otterrà rispetto perché il figlio diventerà consapevole che ciò che gli è stato insegnato è giusto e se ne assumerà la responsabilità dell'eventuale violazione.

Per esempio se dici al figlio “pulisci casa”. Lui pulisce, pur non volendo, ma non si rende conto del fatto che sia giusto farlo. Se il figlio va a vivere da solo, soltanto dopo che vedrà con i suoi occhi la casa sporca, si renderà conto che è giusto pulirla, senza che nessuno glielo imponga. E allora manterrà la casa pulita, proprio perché conoscendo la sporcizia, crederà sia giusto evitarla.

Allo stesso modo non credo che la società abbia bisogno di un capo autoritario, di una classe dirigente “forte”, ma piuttosto di sentirsi padrona del proprio territorio e di avere consapevolezza della propria identità. Credo che ci voglia più potere democratico. Capisco che a molti spaventa. In Italia, secondo uno studio, ci sono molti “analfabeti funzionali” e capisco chi teme di essere “governato” da ignoranti tramite l'esercizio del loro potere. Ma è assolutamente sbagliato pensare che questi non debbano neanche avere diritto al voto.

Io invece penso che il solo modo per far uscire la gente dall'ignoranza sia quello di affidar loro un compito importante che dia la motivazione ad informarsi e ad apprendere ciò che è indispensabile. Solo la consapevolezza della propria ignoranza, quindi, spingerà a combatterla. Se si continua a far sentire le persone sempre più impotenti e incapaci, queste non faranno altro che degenerare.

Qui in Svizzera mi hanno detto che i cittadini sono molto partecipi e hanno molto potere decisionale. Votano di fatto ogni due mesi e decidono sulle tematiche più svariate. Eppure tutto funziona. La gente rispetta le regole perché ne ha preso consapevolezza. Inoltre, se qualcosa non va a livello generale, sanno di avere il potere di cambiarla. Ogni decisione viene presa dalla “vera maggioranza” e non da una classe rappresentativa che non è nemmeno chiaro chi e cosa rappresenti.

Eppure mi chiedo dove siano gli Italiani. Sono persi tra i social network e Internet. Sono illusi di avere tutto il potere che vogliono, possono commentare, dire la prima cosa che occorre. Possono fare tutto in rete. Possono essere chi vogliono, possono conoscere tutto, cambiare il mondo firmando petizioni. Ma questo non è vero potere e non è nemmeno vera informazione.

Poter scrivere sui social network riguardo la politica, l'attualità e poi non aver nessun potere decisionale, non avere sotto controllo nemmeno ciò che accade in casa propria e lasciarsi sfuggire la propria vita dalle mani è la stessa situazione di una persona che sostituisce l'attività sessuale alla visione dei film pornografici.

Questa situazione pertanto non solo crea degli “analfabeti funzionali”, ma anche degli “invalidi funzionali”, persone che accontentandosi solo di guardare o di parlare si rendono di fatto invalide nell'uso degli altri sensi e nell'azione.

Eppure basterebbe concedersi più libertà, dalla rete, da tutto e quindi acquisire maggiore consapevolezza. 


giovedì 26 gennaio 2017

FIRE

Mia madre diceva che io non passavo gli esami, li fumavo. Ridevo, e lei precisava che li fumavo come se fossero sigarette. Credeva infatti che per me fosse facile passare un esame e ottenere il massimo dei voti. Adesso le risponderei: There's no smoke without fire. Non c'è fumo se non accendi il fuoco. E io di fuoco ne avevo, però anziché fumarmi solo l'esame, spesso mi fumavo anche il cervello. Adesso rido se ripenso al mio comportamento passato. Avrei potuto fumare con molta disinvoltura l'esame, mentre l'ossessione di eccellere, di competere con me stessa mi faceva fumare la testa e non solo.

Da quando ho abbandonato questo atteggiamento, tutto sembra venirmi incontro, tutto sembra facile, proprio come diceva mia madre. Mi fumo tutto: la prova di tedesco, la gestione delle persone contattate e di quelle da contattare, i colloqui di lavoro ...”

Colloqui di lavoro?”

Già, Schwanden, e, per ironia della sorte, lavorerò ad un progetto che ha FIRE come acronimo. Ho contattato il responsabile dicendo che trovavo il progetto molto interessante e gli ho proposto di integrarlo al mio, quello di medicina narrativa di cui ti avevo parlato.
Il responsabile mi ha risposto dicendo che al momento non prevede tale integrazione, ma è rimasto colpito dalla mia iniziativa e mi ha proposto di lavorare ai loro progetti.

Non voglio fornire i dettagli, mi limito a dire che farò ricerca e analisi statistica dei dati provenienti dai medici di base. Infatti, a differenza dell'Italia, nei centri medici di base si svolgono analisi di laboratorio, check up completi, elettrocardiogrammi, ecografie, medicazioni, piccoli interventi, trattamenti somministrati per endovena (flebo) … Perciò si possono ottenere molte informazioni riguardo la salute dei pazienti. Il centro universitario dove lavorerò si occupa di gestire in forma anonima e centralizzata i dati provenienti da tutti i centri medici che aderiscono al progetto.

Io avevo proposto invano di introdurre i diari dei pazienti nei centri medici, ma ci riproverò. Nel frattempo sto valutando anche altre possibilità. Infatti il lavoro che ho trovato mi occuperà praticamente un giorno alla settimana. Quindi potrei tentare di portare avanti il mio progetto con i possibili interessati che devo ancora incontrare.

In linea con i miei valori, non vorrei lavorare troppo per non trascurare mia figlia. Per ora, continuerà ad andare al nido solo due giorni interi alla settimana.

Comunque non avevo alcun dubbio che, emigrando, nessuno avrebbe avuto pregiudizi ad assumere una persona che è stata a casa più di due anni per badare alla figlia. Qui è considerato ragionevole ed è anche possibile trovare un lavoro, non solo part-time, ma anche part-part-time, come il mio.

In fondo, sai, il lavoro deve servirmi principalmente per darmi un ruolo e valorizzarmi. Riguardo allo stipendio, non ho particolari pretese. Quindi mi basterebbe lavorare tanto da compensare la spesa per il nido di mia figlia.

Non bisogna aver nessuno scrupolo nel realizzare le proprie ambizioni e/o la propria vita; se questi a volte non coincidono con le esigenze del mercato, non bisogna certamente rinunciarvi e adeguarsi. Se nel posto dove vivi non ci sono le condizioni per vivere come vorresti, basta spostarsi. Il mondo è grande, offre diverse possibilità. Certo, per trovare il luogo adatto ci vuole anche un po' di fortuna. In mancanza, serve solo più tempo. E soprattutto costanza, nel contattare persone, i diretti interessati o chi potrebbe aiutarti.

Tornando al discorso che stavo facendo, ho abbandonato l'atteggiamento di chi vuol riuscire ad ogni costo. E' vero che il fine è quello di realizzare un obiettivo. Ma se pensi alla destinazione finale durante il cammino, ti perdi il gusto della sfida, del viaggio, del percorso, ti perdi il piacere: come se mentre fumi pensassi già al mozzicone che getterai, l'unica cosa che di quella sigaretta rimarrà.

In ogni caso, Schwanden, se le cose non devono riuscire per causa di forza maggiore non riescono e basta, indipendentemente dal tuo comportamento. Se vivi stressato o rilassato è vero che è più facile ammalarsi nel primo caso, ma è anche vero che alla fine le malattie si contraggono comunque. Ciò che veramente cambia è la prospettiva con la quale si affrontano le vicende. Scegliendo lo stile di vita di una persona non stressata, tutto diventa più facile da sopportare. 

Schwanden, non farti strane idee, la malattia era un puro esempio. Mi è ancora oscuro cosa di fatto mi sia accaduto, ma adesso non ho più ragione di andare dal dottore come paziente, e di continuare a parlare di quella storia, visto che le ultime analisi erano perfette. "


domenica 25 dicembre 2016

Bucato

A volte ti senti Dio in terra, a volte sei così a terra che ti senti l'escremento del marciapiede che tutti sono riusciti ad evitare di pestare e che oramai sta seccando. Eppure sei sempre tu: la stessa persona. E' soltanto questione di percezione. 

L'uomo è un essere grandioso, può fare cose meravigliose se lo si guarda nella sua individualità, per le sue capacità. D'altro canto, l'uomo è insignificante se lo si guarda in mezzo alla massa, o peggio, in confronto all'intero universo. 

Ed è proprio scegliendo una prospettiva da cui guardare che determiniamo le azioni da pianificare. Possiamo guardarci in mezzo agli altri, fare cosa fanno gli altri, scegliere cosa scelgono gli altri. In questo modo, appena noi ci allontaneremo, o gli altri si distaccheranno, avremo la sensazione di essere nulla, di non valere nulla. Se guardiamo invece dentro di noi e cosa abbiamo fatto, tutto cambia (mettere al mondo un bambino è certo meraviglioso, ma anche ogni singola cosa che facciamo con il sentimento o per passione lo è). 

La prospettiva è come lo specchio. Quando mi guardo allo specchio di casa, vado bene così come sono, non mi viene neanche voglia di pettinarmi. Poi quando esco, entro in un negozio e mi guardo al loro specchio, mi vergogno di essere uscita e mi sento la persona più trasandata di tutta la borgata. 

Eppure è solo questione di luce. In casa la luce illumina, ma non riflette; in altri luoghi chiusi la luce riflette, ma non illumina.

Nel corso dell'anno ho provato entrambe le sensazioni. Da una parte, sentirmi forte, capace di ogni cosa, fortunata di essere emigrata. Dall'altra mi sono sentita impotente, talmente a terra da voler quasi sprofondare e sparire, per non seccare lì sul marciapiede.

Perciò definisco l'anno, che sta finendo, in una parola: BUCATO; come quel calzino, appena acquistato che non appena indossi ti accorgi essere bucato. Ed ecco il disagio che sconfigge la libertà di poter camminare senza rischiare che un dito del piede rimanga intrappolato in quel tessuto che tu stesso hai infilato. BUCATO, come le braccia dopo continui, prelievi, flebo che sfoggi insieme all'abbronzatura. BUCATO, come quello che tiri fuori dalla lavatrice: che sa di pulito, ma sempre meno di quello del vicino che riesce a lavare meglio. BUCATO, come tante cose di cui cominci a dubitare, per esempio se dietro il fatto di fare il bucato in comune non si nasconda un paranoico piano per tenere sotto controllo gli altri ed evitare che disturbino.
BUCATO perché c'è stata una rottura in una relazione che credevo di amicizia. BUCATO, come la mia testa che non trattiene ciò che pensa e che deve fare uscire, a parole o qua in questa sede. BUCATO, come il mio tedesco. BUCATO come il mio curriculum che ha una lunga pausa, l'età di mia figlia.
BUCATO, come il mio animo irrequieto che ha sempre un vuoto da colmare.



Cari lettori devo ringraziarvi per la vostra continuità, senza buchi, nel seguire tutte le mie vicissitudini, i miei pensieri, i miei sfoghi. Quando vedo Schwanden, il bosco davanti casa mia, penso a voi lontani, ma vicini. Ci rileggiamo nel 2017, sperando di raccontarvi di una calza nuova, senza buchi.

sabato 24 dicembre 2016

Il salto

“Tra la disperazione e la pianificazione, c'è stato di mezzo il RAV.”

“Il RAV? Ti sei iscritta all'ufficio di collocamento?”

“Già. In realtà l'ho fatto solo perché avevo bisogno del colloquio di consulenza su come cercare lavoro qua a Zurigo. In particolare, avevo delle domande circa una possibile ricollocazione, un cambio di carriera … Ma vedo che è già tanto sperare di trovare lavoro nel settore dove ho sempre lavorato, figuriamoci in un altro. Se in Italia ogni cambiamento è scoraggiato dal mercato, dalla mancanza di possibilità e prospettive, qui è scoraggiato principalmente da fattori tuoi personali: la lingua, la nazionalità, l'età e l'elevato costo di formazione. A me non dispiacerebbe lavorare in un nido o fare un lavoro assistenziale. Acquisirei nuove capacità e lavorare con le persone mi darebbe soddisfazione. Ma dovrei per prima cosa conoscere bene il tedesco, pagarmi un corso di formazione, avere 18 anni e competere con i cittadini svizzeri. Praticamente in un'altra vita, Schwanden. Qui, anche al nido, iniziano a lavorare molto giovani. A 15/16 anni hanno già esperienza come baby-sitter. Io alla loro età, quando vedevo un bambino, facevo solo gli scongiuri.

Comunque, ritornando al discorso, mi presentai al RAV per chiedere una consulenza e mi ritrovai iscritta, o meglio assicurata, alla cassa disoccupati. 

Riferii all'impiegato, in inglese, che non ero interessata a nessuna assicurazione. Mi disse che l'iscrizione era obbligatoria per poter accedere al servizio di consulenza. Mi assicurò che non dovevo pagare nulla. Poi mi diede una serie di moduli da compilare, concordammo l'appuntamento con la consulente e la data per il test di conoscenza della lingua tedesca.

Mi disse di recarmi all'incontro con la consulente accompagnata da un traduttore o da una persona di mia fiducia che parlasse italiano e tedesco.

Tornata a casa, cominciai a compilare i moduli da spedire per posta ordinaria. C'era anche la richiesta per il contributo di disoccupazione. Ho letto che ne hanno diritto coloro che hanno lavorato in Svizzera negli ultimi 12 mesi e, successivamente, hanno perso lavoro. L'importo corrisposto è il 70% del salario medio. Però, durante il periodo in cui si percepisce il contributo, bisogna dimostrare di star attivamente cercando lavoro, compilando un foglio con tutti i riferimenti delle candidature presentate. E poi bisogna accettare il primo impiego offerto, altrimenti si perde il diritto al contributo. Mi chiedo come mai l'impiegato mi abbia detto di compilare pure questo foglio, visto che non ho diritto a nessun contributo, non avendo mai lavorato in Svizzera. Tuttavia lo compilai, pensando che per formalità avrei dovuto compilarlo lo stesso, anche se sarebbe stato poi rigettato.

Al colloquio con la consulente, decisi di presentarmi da sola, senza nessun traduttore; non per presunzione, ma per ragionevole contestazione. Infatti mi sembrava assurdo che non fosse possibile parlare in inglese, e se proprio fosse stato così, allora avrebbe voluto dire che il servizio non era adatto a me. Con la consulente doveva crearsi un rapporto di comprensione attraverso incontri periodici. Quindi, aldilà del costo che avrei dovuto sostenere per pagare un traduttore, avrei percepito un intermediario come un terzo incomodo, un fattore di disturbo che, a mio parere, avrebbe reso difficile ogni tentativo di stabilire una “comune azione.”

Preparai il mio curriculum in tedesco e mi preparai anche ad essere insultata, eventualmente. E invece la consulente iniziò subito a parlare in inglese e mi fece i complimenti per essere stata in grado di tradurre il curriculum. Mi suggerì alcune offerte, che però provenivano da società farmaceutiche, soltanto perché io le avevo detto che avevo tentato quella strada. Mi fornì un elenco di siti internet dove trovare annunci e possibili contatti. Certamente non fu lei ad indicarmi la nuova strada e la direzione che adesso seguo, e quindi la mia idea di ricerca, ma almeno mi spronò a “fare i bagagli” e a iniziare il mio cammino.

Poi ci fu il test di tedesco. Tutto sommato, ne fui soddisfatta. A differenza dei compiti in classe, affrontai la prova come un tuffo dal trampolino, dove ti butti, non preoccupandoti di come gli altri ti vedono volteggiare e del punteggio che ti daranno una volta caduto in acqua, ma come un salto, dove il vuoto che senti prova che in quel preciso momento stai vivendo e quando cadrai in acqua ne sentirai la forza, l'impatto.”


sabato 17 dicembre 2016

Castello in aria

“Ho appena finito di dire che adesso sto bene, che sono attiva, energica, che non mi ferma nessuno, quando arriva questo malessere che mi fa vomitare ogni singola parola, ogni singola asserzione digerita.”

“Stai di nuovo male?”

“Per fortuna il vomito ha fatto passare tutto. E adesso ti ribadisco che sto bene, che sono una roccia, che.... la tosse non ---riesco a parlare. Ho quasi l'asma. Ma ecco, posso ripetere che sono forte, che sono in grado di fare qualsiasi cosa io voglia. No, davvero è tutto sotto controllo. Per un attimo mi sono ricordata del periodo in cui stavo male. Mi è sembrato lontano benché non sia passato molto tempo. Adesso invece, la nausea e poi la tosse a non finire sono soltanto effetti dell'inserimento.”

“Inserimento? Cosa ti sei inserita?”

“Un contratto è stato firmato con l'asilo nido. Hanno inserito mia figlia nel loro gruppo e io ho inserito i loro batteri nel mio organismo.”

“Ah! La Kinderkrippe!”

“Però non voglio parlarti di questo. Né della mia salute. Questa terribile tosse passerà. Tossisce pure mia figlia, è evidente che sono i batteri. Ho trascorso anche io del tempo lì con lei, la cosiddetta fase di inserimento al nido. Al momento, mia figlia è seguita da un'educatrice che parla italiano anche se poi imparerà il tedesco. Abbiamo trovato facilmente posto al nido perché il servizio è in parte finanziato dall'azienda dove lavora il mio compagno. Ma non voglio approfondire l'argomento. ”

“E i linfonodi come stanno?”

“Ad un certo punto mi sembravano sgonfi, ma alla fine son sempre lì. Poi ho di nuovo alcuni valori del sangue fuori norma, ma non al punto da giustificare alcun trattamento. Il suggerimento del dottore è ripetere le analisi tra un mese e vedere. Schwanden, sinceramente adesso l'argomento mi lascia nella più totale indifferenza. Non sanno darmi spiegazioni, ma vogliono continuare a monitorarmi. Va bene, è ragionevole però adesso la mia priorità è cercare lavoro. Non appena ho cominciato a cercare e pensare ad obiettivi professionali, mi sono sentita molto meglio e ho ritrovato la grinta persa. Il fatto di aver vomitato mi ha solo fatto riflettere, fatto ricordare che il mio limite sono le mie membra. E poi dovevo raccontarti questo episodio perché i migliori amici sono quelli con cui condividi risa, pianti e vomitate.”

“Che lavoro stai cercando? E dove?”

“All'inizio ero abbastanza scoraggiata. Non riuscivo a trovare nulla che richiedesse le mie capacità, a parte le offerte internazionali, delle aziende farmaceutiche, che non esigono la conoscenza della lingua tedesca. Molto svogliatamente, mandavo le solite lettere, il solito curriculum, sapendo comunque che non ero il tipo di persona che cercavano, anche perché non ho esperienza nel settore farmaceutico, pur avendo esperienza in analisi che loro richiedono. Non ho ricevuto risposte, tranne un'azienda che mi ha invitato ad un colloquio telefonico. Già il fatto che non hanno voluto perdere tempo a invitarmi di persona non mi ha ben disposto. Però almeno in due minuti si è capito che siamo come due bus che vanno in direzione contraria e quindi non si toccano né si “baciano” se non per incidente stradale. Secondo loro, per procedere nella selezione, avrei dovuto documentarmi sul loro profitto aziendale perché è stata la prima cosa che mi han chiesto. Non ero abituata a questo approccio e ho frainteso pensando si riferissero alle mie aspettative salariali. Il colloquio è finito lì senza ulteriori domande. Certamente, se ho fatto la figura da sprovveduta e da chi del mondo non capisce nulla, loro han fatto la figura di gente che ha come unico obiettivo il profitto e che tratta le persone come pedine per raggiungerlo.
In effetti, Schwanden, non ho forse più nobili valori rispetto a far profitti? Non ho forse altre idee, progetti? Perché devo perdere tempo a rispondere ad annunci che confermano quello che già so: che non voglio, né posso essere la persona che possa contribuire ai loro profitti? Come posso far arricchire qualcuno se non mi interessa guadagnare per comprare oggetti, a mio parere, inutili che però la società definisce indispensabili per vivere?
Devo fare ciò che sento, portare avanti un obiettivo che mi faccia credere di aver migliorato la vita delle persone, in termine di felicità, di sorriso o di pace interiore. Per poter continuare a vivere in questo posto devo poter cambiare qualcosa, qualcosa che vada contro quest'atteggiamento utilitaristico, orientato principalmente al profitto, anche in campo sanitario. Vorrei minacciare questa presunzione. In particolare, anche per esperienza personale, vorrei contribuire a introdurre un modello che migliori la comunicazione tra medico e paziente. Credo che qui i medici difettino, molto più che in Italia, di disponibilità e/o capacità di ascolto. Certamente non ti fanno attendere in sala d'aspetto e rispettano gli orari di visita, ma non sempre dedicano il tempo che necessiterebbe un paziente particolare. Se non ci sono liste d'attesa, c'è però un grande vuoto tra medico e paziente. Vuoto che a volte impedisce una diagnosi corretta o accurata. Vuoto, che è incomprensione, vuoto che potrebbe essere colmato lasciando al paziente la possibilità di esprimersi attraverso la scrittura, così proprio come sto facendo ora. In tal modo il paziente acquisterebbe, nel processo di cura, la propria centralità, spesso negata in una visita convenzionale.”

“Ancora quella storia del tuo progetto di medicina narrativa? Vorresti che anche dal medico di base ci fosse un diario. Beh! Se i dottori non trovano il tempo per ascoltarti, figurati se si mettono a leggere la tua storia.”

“Infatti, vorrei farlo io, come ho già fatto nell'altro studio.”

“In tedesco?”

“Sto facendo progressi.”

“Non credo questo sia un paese di narratori, bensì di trattori.”

“Beh possono anche parlare di trattori, anche il lavoro influenza la salute. Si chiama approccio olistico.”

“Olistico? Non c'è niente di più olistico del denaro, o meglio del sistema monetario, credimi. Tutto da lì parte e tutto finisce lì.”

“Infatti non c'è niente nel denaro.”

“Ti sbagli, c'è tutto.”

“Punti di vista. Schwanden, so che tu sei un osservatore del mondo e quindi dici ciò che vedi. Tornando al discorso della fattibilità del mio progetto, nutro delle speranze su una persona a cui ho fatto, così mi è sembrato, una buona impressione. Non mi ha promesso nulla, d'accordo, ma non ha ostato nulla. Poi ho contattato altre persone. Finché tutti non rifiuteranno esplicitamente il mio progetto o la mia candidatura per progetti simili, non crederò che in questo paese non sia possibile realizzare ciò che vorrei. Schwanden, si tira avanti finché non crolla il castello in aria che si è costruito.”

“E dopo che crolla?”

“Occorre scegliere se provare a costruire un altro castello nello stesso posto oppure cambiare posto e portarvi le macerie del castello crollato per ricostruirlo.”

“Già, ma per quanto tu possa cambiare posto, resta pur sempre un castello in aria.”


domenica 11 dicembre 2016

Quelle strane occlusioni

“Schwanden, prima di parlarti di lavoro, vorrei tornare sulla questione e sul tema della discriminazione. Sono tornata di recente in visita alla mia città natale. Sono stata pochissimo, ma non avrei voluto stare di più, se non per rivedere tutte le persone che avrei voluto. Io penso di non poter, né volere, più riviverci. Ho trovato una città sempre più scoraggiata e sempre più rassegnata. Sempre più derubata. Le persone non si sentono più a casa loro. Si sentono sopraffatte dagli stranieri, si sentono incapaci di qualsiasi azione per riprendere in mano la propria nazione, nessuno si sente tutelato dalla legge. Dall'altro lato invece ci sono quelli che non ascoltano questioni che definiscono “lamentele e odio del popolo” perché possono permettersi una posizione privilegiata e credono ciecamente nella legge e nelle istituzioni soltanto perché non hanno controversie.

Ciò che penso è che in Italia ci si frega da soli. Per prima cosa non si ha la capacità di distinguere tra le persone oneste e quelle disoneste. E allora, ci si scontra con questioni razziali. Se qualcuno crede che sia necessario non fare entrare più immigrati è proprio perché crede che in Italia non si abbia questa capacità di distinzione. Se non si è consapevoli di chi siano le persone oneste e quelle disoneste, di chi paga i suoi debiti e chi no, allora si deve distinguere tra chi è alto o basso, tra chi è immigrato o no, tra chi è ben vestito o malvestito, tra chi è bello o brutto, tra etero o gay. Questa è l'Italia: le discriminazioni sono basate soltanto su elementi esteriori e non su questioni di fatto. E quindi per non apparire razzisti, sessisti, omofobi, si accetta tutto: falsità, disonestà, assenteismo, evasione, perversione. Ed è anche per questo motivo che poi uno straniero vanta pretese che non ha, giocando sull'apparente discriminazione. Il classico esempio dello straniero multato sull'autobus perché viaggia senza biglietto e ha la pretesa di insinuare: “tu fai la multa a me perché sono nero.” E qualcuno è ancora capace di dargli ragione. A nessuno invece è chiaro che se ricevi una multa è perché hai fatto una violazione. Nolente o dolente è così. Non condanno chi commette infrazione, ma chi non vuole assumersene la responsabilità e pagarne le conseguenze. Se non accetti di vidimare per viaggiare in autobus, anche se non passa il controllore, dovresti andare a piedi, in bici o fare l'autostop.

Eppure, Schwanden, anche io da ragazzina ne ho fatte bravate, un po' per sfida, un po' per gioco. Vedevo che i miei genitori non mi rimproveravano se dicevo “oggi ho viaggiato senza biglietto: tanto erano poche fermate e poi l'autobus era pieno e difficilmente avrebbe potuto salire il controllore”, ma avrebbero fatto una scenata se avessi detto “oggi, dopo aver obliterato, ho conosciuto un ragazzo molto affascinante, tant'è che mi sono dimenticata di scendere alla fermata giusta e sono arrivata con lui fino al capolinea.” Sarebbe stato poi uno scandalo se avessi detto che il ragazzo era straniero. Mi ricordo da bambina quando sentivo alla radio una canzone (che mi dissero di Giuni Russo) che diceva : ”che scandalo da sola ad Alghero, con uno straniero, con uno straniero.” Eppure nessuna canzone ha mai condannato chi non paga le tasse o non rispetta gli altri.

In Italia non c'è nessuna consapevolezza di cosa sia di fatto l'onestà. Tutti pensano di essere buoni, onesti, ma quando possono sgarrano senza nemmeno rendersene conto. Non ci si accorge che così ci si frega l'uno con l'altro, facendo anche un danno a sé stessi.

E non è un caso se adesso la situazione, a detta di alcuni, sembra quasi insostenibile: furti all'ordine del giorno, morosità, criminalità. E poi invece ci sono quelli “ingessati”, che pensano che tutto si risolverà. Ma la gente ha sempre più paura di esporsi, preferisce subire o sperare che tutto si risolva per il meglio, senza di fatto far nulla.

A me spiace vedere questa situazione, anche se non ci vivo più. E poi, come ti ho detto, ho subito anche io un'ingiustizia. Ma ciò che mi spiace di più non è il fatto che adesso casa mia è in mano a gente che non paga. Ma ciò che mi spiace di più, da una parte, è che questa gente si comporta come se nulla fosse, come se avesse ragione, senza dichiararne il motivo, senza scusarsi, senza rispondere. Ed anche al tribunale sembra normale concedere tutti questi mesi di alloggio gratuito. Anzi, si impegnano pure a trovargli un altro alloggio.

La cosa che mi intristisce in assoluto è aver affidato l'incarico di mediazione, per trovare gli inquilini, ad una mia amica. Mi fidavo di lei. La conosco fin da quando ero bambina. Avevo scelto lei perché, lavorando all'agenzia delle entrate, è esperta in questioni fiscali, amministrative e, in quanto avvocato, pure legali. Ma purtroppo mi ha deluso. Evidentemente non condivideva i miei obiettivi. Senza dubbio ha svolto tutte le pratiche in maniera adeguata, ma il grosso errore che ha fatto, nonostante la sua formazione, è non aver saputo distinguere, di fatto, tra lavoro tassato e lavoro in nero e quindi non essere stata in grado di giudicare tra chi avrebbe potuto pagare e chi no, o tra chi vuol fare il furbo e chi no. Infatti ha effettuato controlli puramente formali, ma in effetti se una persona lavora in nero non si può sapere quanto guadagna e non ha senso verificare il contenzioso fiscale. Comunque, senza entrare nei dettagli, una vera amica si sarebbe comportata come se la casa fosse stata sua e quindi avrebbe avuto più scrupoli, avrebbe dovuto sentirsi più coinvolta. Forse lei crede troppo nelle istituzioni e allora ha pensato che se le cose sarebbero andate male l'avvocato avrebbe preso in mano la situazione e l'ufficiale giudiziario avrebbe risolto tutto. Ma non si è resa conto del guaio o del danno che questo avrebbe cagionato. Forse, come un agente immobiliare, ha voluto sbrigarsi a fare incontrare domanda e offerta, dimenticando che si trattava di un incontro al buio e, aldilà del compenso percepito, di una commissione da fare per un'amica.
Ne ho parlato apertamente con lei, ma questa è stata la sua risposta: “neanche ad un agente si addossa la responsabilità per la morosità e poi, cosa pretendi, non è mica raro in questi tempi trovare gente che non paga”. Poi ha voluto restituirmi il compenso che le avevo dato.
Schwanden, io non l'accuso certamente per avermi trovato queste persone. Anche se prima d'ora non mi era mai capitato di trovare persone inadempienti, questo non vuol dire che non sarebbe capitato se l'avessi affittata io. Ciò che mi ha deluso è il fatto che lei abbia sottovalutato una commissione piuttosto delicata per un'amica, eseguendola nel modo più distaccato possibile.
Anche quando doveva sollecitare il pagamento, non si esponeva più di tanto. Poi ho preso in mano la situazione, ma non potendo, per i problemi di salute che ho avuto, recarmi a parlare personalmente con queste persone, non sono riuscita ad evitare lo sfratto, anche se sono riuscita a recuperare una mensilità. Dopodiché ho dovuto affidarmi all'avvocato e da allora non ho ricevuto più nessun pagamento. Poi queste persone non rispondono, né ritirano i comunicati: sono un muro. Devo confessarti, Schwanden, che se avessi avuto la possibilità di recarmi a casa mia forse avrei rischiato una denuncia o peggio. Ma credimi, non avrei alimentato il lassismo, l'omertà e l'abulia che regnano nel paese. Sembra che nessuno sia più disposto ad impegnarsi per difendere nulla, neanche i propri diritti. Basta che sei connesso in rete e allora va tutto bene, mentre la realtà ti sfugge sotto gli occhi. Schwanden, sai che se mia sorella non fosse anche proprietaria della casa, sarei stata disposta a concederla in comodato gratuito a persone in difficoltà, ma non disoneste. E perciò io avrei rischiato la denuncia, non per questioni di denaro, ma per dignità personale. Perché non accettare la disonestà non significa avere pregiudizi, ma vuol dire non lasciarsi prendere in giro."


venerdì 25 novembre 2016

Je SUISSE GARANTIE

“Schwanden, a volte mi intristisce pensare che mia figlia forse crescerà in una nazione classista dove molto probabilmente non sarà disoccupata grazie al protezionismo, ma a costo di doversi integrare a questa cultura.”

“Cos'è che non ti piace della cultura locale?”

“Innanzitutto il fatto che si discrimini tutto col denaro. Qui, oltre a farti pagare qualsiasi cosa, persino la lista delle baby-sitter, ti fanno ancora sentire pezzente se cerchi di risparmiare facendo, per esempio, una copertura base assicurativa, ti trattano come l'ultimo paziente della lista e sembra ancora che ti facciano un favore a curarti (certamente, come servizi sono molto più celeri che in Italia, ma credimi, secondo me in Italia i dottori sono più competenti).
Poi c'è la filosofia che il denaro salvi tutto: se paghi puoi evitare di fare la raccolta differenziata; se hai uno stipendio alto le procedure per ottenere una casa in affitto si accorciano, il conto in banca te lo aprono subito, se paghi di più ottieni un servizio migliore. E' tutto così. La distinzione tra prima e seconda classe è presente ovunque, negli ospedali, nei servizi pubblici e privati.
Certo, a differenza dell'Italia qui non c'è ipocrisia ed è tutto così esplicito, regolamentato e trasparente. E poi in Italia è già tanto aspettarsi un servizio pubblico decente, altro che prima classe. In Italia invece sembra che tutti si vergognino ad ammettere che risolvono ogni cosa col denaro: sotto sotto pagano o rendono un favore al funzionario che velocizza la pratica, pagano il medico privato e allora tutto si aggiusta, si trova posto in ospedale. Qui invece non paghi estorsioni, corruzioni, regali, ma paghi tasse e servizi non al singolo che ci lavora, ma all'organizzazione. E' soltanto che da questo punto di vista questo paese sembra di fatto gretto e meschino. In Italia almeno è apprezzabile lo sforzo di chi professa diversi valori. Certo l'Italia è il paese delle belle illusioni... Scusa, mi stavo perdendo con il confronto. Torniamo ai punti negativi.
Devo inoltre aggiungere che se non hai un bancomat od una carta di credito difficilmente sali sull'autobus, perché è possibile acquistare i biglietti ad ogni fermata, tramite lo sportello automatico che non accetta banconote. Non credo nemmeno che si possano acquistare biglietti da vidimare, visto che a bordo solitamente non è presente obliteratrice. Quindi di fatto se non hai un conto, non conti come passeggero e quindi non sali.

Un'altra discriminazione viene fatta sulla nazionalità. Se un bambino non è svizzero, difficilmente frequenterà una classe dove ci sono cittadini svizzeri “puri”. Poiché in Svizzera è pieno di immigrati, li si incoraggia a frequentare gruppi di incontro, scuole, circoli dove ci sono anche i propri connazionali. Certo, idealmente lo scopo è quello di farli sentire più a loro agio, ma di fatto l'obiettivo è selezionare, discriminare, visto che la lingua ufficiale resta comunque il tedesco. Ed è tutto così trasparente, anche nel mondo del lavoro. Se vogliono assumere un cittadino svizzero lo specificano nell'annuncio di offerta di lavoro tra i prerequisiti, come se fosse il grado di istruzione. O se non lo scrivono esplicitamente, te lo fanno capire. E così a scuola, negli asili. Formano le classi in base alla nazionalità, all'andamento e/o alla condotta scolastica, al temperamento, al carattere, all'atteggiamento. Non mi stupirebbe se selezionassero pure in base al fatto che i genitori abbiano o meno stipulato un'assicurazione contro i danni causati dal figlio.

Infatti qui la cultura assicurativa è molto sentita e se non ti assicuri hai sempre la sensazione di sentirti incosciente perché qua se fai un danno non puoi mai sapere quanto possano farti pagare. Così come quando vai dal dottore. Facciamo quest'esame, seguiamo questo trattamento e poi ti senti ancora peggio quando ti recapitano la fattura da pagare.
In compenso quando cammini per la strada possono pure caderti i soldi e puoi vedere la gente che se si ferma è per aiutarti a raccoglierli e restituirteli.
Così come a nessuno passa per la testa di non pagare (anzi qua più paghi più é un valore) così a nessuno passa per la testa di rubare (è chiaro che ci sono eccezioni, ma nel complesso la situazione è così).

Tuttavia, il fatto che qua si abbiano molte più esigenze per vivere non vuol dire necessariamente che ci siano sprechi o consumismo, Infatti qua non c'è la cultura del “compro a poco prezzo e poi butto per sostituire”. E' però anche vero che questa cultura è imposta, nel senso che non trovi nulla a poco prezzo, e poi per buttare devi pagare. La maggior parte degli articoli casalinghi ed elettrodomestici in commercio è prodotta localmente o comunque rispetta certi standard. E se provi a comprare online dalla Germania, per esempio, se non torna indietro al mittente, ti arrivano i dazi doganali da pagare.

Un altro punto dolente, è che ho come l'impressione che si vogliano tutelare i servizi di spedizione postale. Persino l'Italia ha fatto notevoli passi avanti per ridurre il cartaceo, presentando la maggior parte dei documenti in formato digitale, comunicando via mail con le amministrazioni, servizi pubblici e privati. E devo dire che funziona molto bene (ho fatto il cambiamento di residenza online e il giorno seguente ho ricevuto già la ricevuta con certificato).
Qua invece ti richiedono di inviare tutto per posta ordinaria, non scrivono mail, ti scrivono lettere: uno spreco notevole di carta. Capisco che qua tutti la riciclano, ma non mi sembra giusto nei confronti dell'ambiente (e dire che questo paese è “verde”). Questo, a mio parere, ha la finalità di tutelare il servizio postale che, senza dubbio, è impeccabile, celere ed economico: spedire una lettera costa meno che in Italia e arriva il giorno dopo.

Apprezzo comunque il fatto che si proteggano i prodotti locali e quindi la qualità, che non si accetti che negli esercizi commerciali si possa lavorare sottopagati o a ritmi disumani. Questo, ovviamente, per evitare di attirare gente disposta a lavorare come “schiavo” perché disperata, così da non danneggiare i cittadini che certamente non accettano di competere a queste condizioni.
Questo vuole anche dire che in Svizzera non puoi vivere di espedienti, arrangiarti. In Italia, comunque, se non lavori non paghi le tasse, hai esenzioni sanitarie, quindi puoi curarti, puoi anche vivere senza pagare affitto per qualche mese o anni.
Qua se non lavori e sei straniero ti rispediscono a casa, a meno che non hai qualcuno che ti mantenga, e poi comunque hai dei costi fissi inevitabili per vivere: l'affitto, l'assicurazione sanitaria (altrimenti non ti curano), la spazzatura (si paga il singolo sacchetto e non è previsto usare altri sacchetti, a meno che non si tratti di poca spazzatura che produci uscendo, che puoi buttare nei cestini).

Un altro aspetto da notare è che qua ogni professione è riconosciuta. Qualsiasi lavoro manuale ha prestigio e vale molto di più di ogni titolo di studio. Tra i giovani (svizzeri) è molto diffuso fare il praticantato e poi lavorare subito, piuttosto che laurearsi e poi filosofeggiare (come me, in fondo). Qua infatti la discriminazione si fa su quanto guadagni e quindi puoi anche essere muratore, ma se guadagni come un impiegato hai la stessa stima e rispetto.
Trovo corretto non avere pregiudizi su nessun lavoro, non disprezzare chi si sporca le mani. Però a volte spiace un po' che nessuno, quando dici che hai un dottorato di ricerca, faccia un minimo segno di apprezzamento o mostri curiosità. Se non vedessero che ho la bambina, passerebbero subito alla domanda, “ma cosa fai come lavoro?” Qua infatti ciò che conta è cosa fai e non chi sei. E questo non mi piace molto.
A Londra, ricordo, ci avevano subito affittato la casa, chiudendo un occhio anche se io non avevo ancora lavoro e il mio compagno aveva una borsa di studio di dottorato, soltanto perché io avevo il dottorato di ricerca. “I can trust a PhD” fu la conclusione del proprietario.
Tuttavia a Londra, come ben sai, c'erano altre cose che non mi piacevano (la chiusura sociale ed emotiva, la burocrazia). Qua invece puoi conversare con tutti e puoi far valere le tue ragioni, senza scontrarti con la burocrazia. Solo che, devo riconoscere, a Londra, prima del brexit, nessuno era discriminato per nazionalità e religione ed era facile trovare lavoro per titolo, senza conoscere nessuno (qua non è così e te ne parlerò un'altra volta).

Schwanden, sembra che ormai sia impossibile vivere in una nazione di essere umani. O vivi in un mondo di disoccupati, di delinquenti, di ladri e di gente vittimista o vivi in un mondo selezionato, classista, di gente che accetta la diversità culturale per ghettizzarla.
Schwanden, in ogni caso, ovunque vai, governa sempre il denaro e se non c'è odio c'è chiusura mentale, se c'è ricchezza materiale c'è povertà intellettuale. Infatti qua in Svizzera non interessa a nessuno chi sei e quanto hai studiato: l'importante è avere un ruolo pagato all'interno della società dall'azienda che ti assume o dal marito che ti mantiene per badare ai figli.

Finché le persone non impareranno ad autogovernarsi, il buonsenso dovrà sempre trovare un compromesso col potere e attualmente, nel contesto globale, sembra che non ci siano alternative tra le due posizioni: di chiusura delle frontiere e protezionismo o di piena apertura e globalizzazione. Ma ora non voglio divagare.

Schwanden, tuttavia non mi posso lamentare. Non tornerei in Italia per nessuna ragione. Sono immersa nella natura, vivo lontano dal traffico stradale, dallo smog, la qualità del cibo è indiscutibile, mia figlia si diverte, posso anche farla camminare per la strada senza tenerle la mano, le strade sono pulite. E' ben difficile che mia figlia possa inciampare su qualcosa di tagliente. Mi sento davvero in pace. E' anche vero che mia figlia non va ancora a scuola, anche se inizierà presto l'asilo nido. E' anche vero che non lavoro, che non mi sono scontrata ancora con nessuno, ma sto attivamente cercando lavoro e la prossima volta te ne parlerò.

Però, credimi, sembra assurdo che io dubiti di far crescere mia figlia in un ambiente pulito, selezionato, protetto, senza ciò che la gente definisce “gentaglia”, con la possibilità di diventare cittadina svizzera, di poter essere inserita in una classe di gente come lei, di trovare un'occupazione, di parlare diverse lingue, di avere uno stile di vita salutare. Però Schwanden devo ammettere che io ho imparato molto dal convivere in una classe di studenti dove ognuno aveva i suoi tempi di apprendimento, la propria condotta. Alla fine uno studente non impara solo dagli insegnanti, ma anche dai suoi compagni di classe. Più la classe è promiscua, più è facile che un bambino acquisisca apertura mentale. E non vorrei incentivare mia figlia ad una cultura chiusa, seppur multiculturale. Perché il fatto di parlare più lingue, certamente vuol dire rispetto per altre culture, ma questo non vuol dire che non ci sia incomprensione e distacco verso le persone di altre culture.
Schwanden, io penso sia meglio far crescere una figlia non in un ambiente dove hai il lavoro garantito dalle barriere, ma dove hai la possibilità di creartelo a seconda del tuo orizzonte, di diventare ciò che vuoi, di frequentare chi vuoi e di vivere come puoi. E non sono pienamente sicura che questo sia il paese ideale”.