lunedì 8 agosto 2016

Il motivo del sassofono

“Che strana estate, Schwanden, così piena di sole, come di ombra, così rilassante, quanto inquietante, così limpida e così torpida, così semplice e così complicata, così divertente e così deprimente, così sana e così malata.”

“Così vitale e così fatale.”

“Schwanden, sei sempre il solito, roccioso e spietato, ma mi piace parlare con te, senza mezzi termini, anche se scherzi su cose che renderebbero superstizioso persino uno scienziato, se riguardassero la propria vita.”

“Stavo aspettando.”

“Anche io sto aspettando.”

“Ancora non sai nulla?”

“Esattamente, Schwanden. Gli accertamenti clinici che ho fatto finora non permettono nessuna diagnosi. Sto aspettando che mi chiamino per fare l'ultima indagine, definitiva che richiede un intervento chirurgico e quindi un'anestesia generale.”

“Non si sfugge alla maledizione, eh?”

“Lo accetto, te l'ho già detto. E poi in fondo questa volta sto ingannando bene l'attesa: piscina, lago, sole, pura distrazione. Le mie preoccupazioni si dissolvono nell'organizzazione delle giornate con mia figlia.
Schwanden, onestamente preferisco i periodi in cui devo impegnarmi, concentrarmi per raggiungere un obiettivo. E invece in questo periodo devo solo distrarmi, non pensare a nulla, non pensare al domani. Altrimenti non vivrei senza logorarmi di preoccupazioni. E soprattutto devo fidarmi. Purtroppo ora sono in balia degli altri, ma non voglio parlarne finché non so di cosa si tratta. Non sto vivendo nella paura di ciò che potrebbe sembrare. Chiedo solo aiuto, che mi aiutino a far luce su ciò che non si vede. E sai che sono impaziente ed odio aspettare. Ma non era questo il motivo che mi ha spinto a scrivere.”

“E quale sarebbe allora?”

“Il motivo del sassofono.”

“Eeh?”

“Già, tu non l'hai sentito. Son passata per l'altro bosco, quello che conduce al lago e il suono del sassofono mi ha fatto ricordare la vera estate.”

“Il sassofono? Nel bosco? Se io vedo troppi trattori, tu troppi cartoni ...”

“Mi stupisce che non tu non abbia mai sentito suonare nessuno, o sarai mica geloso perché frequento altri boschi?”

“Aaaaah!”

“Quando ero bambina, sentivo l'estate provenire dal sassofono. C'era qualcuno che suonava nell'isolato dove abitavo, solo d'estate lo sentivo. Di sera, anche la giornata più afosa terminava ventilata dal sassofono. Mi chiedevo chi fosse e perché suonasse solo d'estate. Mio padre mi diceva che si sentiva suonare solo d'estate perché noi e lui, a causa del caldo, aprivamo le finestre, o forse perché lui suonava in balcone. Eppure non vedevo nessuno suonare, sentivo solo il suo sassofono. Mi affacciavo tutte le sere, sperando di capire chi fosse, ma nulla. Ascoltavo la sua musica e mi lasciavo trasportare. All'epoca non avevo impegni, responsabilità, solo distrazioni. E allora cercavo di pensare, di investigare la sua identità. Occhiali? Baffi? Ricci? Avrei voluto suonare a tutti gli appartamenti del vicinato per saperlo, ma non mi era concesso di uscire da sola e nessun adulto che conoscevo mi avrebbe accompagnato nell'impresa. Schwanden, quando ho sentito il sassofono nel bosco avrei potuto investigare, guardare tra gli alberi per capire chi era. E invece no. Non mi interessava. Ho ascoltato il suono, mi interessava raggiungere solo quello, lasciandomi guidare dalle note, oltrepassando tutto il resto, ricordandomi della vera estate e di una melodia che ti porta via.”


sabato 16 luglio 2016

Il nome

Vorrei sapere il nome di chi porta quest'astenia.
Vorrei sapere il nome di chi porta questa inappetenza.
Vorrei sapere il nome che origina questa tristezza.
Vorrei sapere il nome di questo malessere.
Vorrei sapere il nome di chi porta questa sensazione di privazione, di furto del mio tempo e della mia vitalità.
Vorrei sapere il nome di chi mi spinge a vivere alla giornata, senza aspettarmi nulla, senza avere progetti, senza curarmi di nulla.
Vorrei sapere il nome per chiamare in causa il colpevole che si sta portando via tutto.
Vorrei sapere il nome del colpevole per non essere accusata di lasciarmi andare, di farmi portare via tutto, di logorarmi giorno per giorno, di dissipare tutto ciò che ho.
Vorrei sapere il nome di chi controlla le mie giornate, i miei pensieri.
Vorrei sapere il nome del problema affinché qualcuno possa capirlo e risolverlo al mio posto.
Vorrei sapere il nome di chi verrà odiato al mio posto.
Vorrei sapere il nome per distruggere l'ignoranza.
Vorrei saper quel nome per non vivere come chi vive senza sapere di cosa morirà.

“Sarà mica il nome di tua figlia?”

“Schwanden!!!”

“Se non so cosa succede, e quindi se è una storia seria o meno, non posso che scherzarci”

“Hai ragione. Ma finché non saprò quel nome non potrò parlarne. Se non salta fuori quel nome lo battezzo col mio.”

“Già, ma così ricomincerai l'autoanalisi e dubiterai della tua felicità. Credimi, hai scoperto “l'orto” proprio in un momento felice e senza dolori o particolare stanchezza. Hai toccato con mano, e continui a toccare, l'orto. Non l'hai sfiorato con il pensiero, non l'hai creato con la mente.”

“Può darsi, ma in passato certi pensieri lo hanno concimato.”

“Comunque, scusa, che differenza fa un nome, piuttosto che l'Innominato, visto che tanto lo vuoi annientare con la ruspa del pensiero?”

“Schwanden, capisco che la tua semplice realtà quotidiana contempla solo macchinari del genere per attuare demolizioni o cambiamenti sostanziali del terreno. Ma non conosci l'alchimia. Io non anniento con nessuna ruspa, ma trasformo le esperienze negative in esperienze di vita, le situazioni insostenibili in situazioni vivibili ...”

“Le figure di merda in figure da cioccolataio.”

“Cominci a capire, pur rimanendo terra terra! Il nome fa la differenza. Ad ogni nome la sua formula magica. Ad ogni piatto la sua ricetta. E non solo voglio sapere il suo nome, ma lo voglio sapere anche a tempo debito, prima che la formula diventi obsoleta o che scadano gli ingredienti. Infatti non puoi pretendere di cucinare un piatto, che sia almeno commestibile, se usi ingredienti avariati.”

“Già, e tu non sapendo quale piatto dovrai preparare hai fatto provviste di tutti i tipi.”

“Esattamente. Schwanden, se vuoi sopravvivere in questo sistema devi scegliere tra l'essere robot e essere alchimista. Il robot va avanti, per spirito di sacrificio. Al robot non importa essere felice, non se lo chiede nemmeno, il robot esegue, senza pensare. Il robot è molto utile alla società perché manda avanti il sistema. Basta solo lubrificarlo di tanto in tanto, e non cessa di funzionare.
L'alchimista procede con artificio. L'alchimista trasforma le cose e le situazioni in modo da renderle felici. L'alchimista osserva, pensa e valuta ciò che è necessario cambiare per migliorare. L'alchimista è molto utile alla società solo se la società lo riconosce e lo lascia fare. Ma se lo si comanda o si cerca di influenzarlo, l'alchimista diventa un ostacolo, se non un pericolo, perché si rifiuta di mandare avanti un sistema che egli vorrebbe modificare. E allora si ferma e smette di funzionare. Per sopravvivere, il robot si adatta al sistema mentre l'alchimista adatta il sistema nella maniera a lui più favorevole. Schwanden, se l'alchimia non dovesse più funzionare come ha sempre fatto, io non potrei mai essere un robot.”

“Ma così non sopravviveresti.”

“Tu sopravviveresti in un ambiente a te non adatto?”


mercoledì 6 luglio 2016

L' "orto"

“Schwanden, non hai idea di quanto mi stressi aspettare. Forse è anche per questo che sono sempre stata così indipendente e attiva ed è anche questa una delle ragioni per cui in Italia stavo male. In Italia l'attesa è patologica con conseguenze devastanti e spesso fatali, nel senso che attendere spesso vuol dire ottenere in un'altra vita, perché qualcuno ti passa sempre davanti. In UK l'attesa è fisiologica, normale, all'ordine del giorno, ma prima o poi arriva il tuo turno. In Svizzera l'attesa solitamente è breve, su qualsiasi cosa. Rende l'idea una lamentela sulla mia città natale scritta da un anonimo: ho letto tutto Guerra e Pace all'ufficio postale. A Zurigo semmai puoi leggere Ungaretti. Infatti entro all'ufficio postale, Mi illumino d'immenso ed eccomi servita e spedita a casa. “

“Cosa stai aspettando?”

“Che mi chiamino al telefono?”

“E chi dovrebbe cercarti?”

“Quando ero ragazzina aspettavo le telefonate dei morosi di turno. Allora non c'erano i cellulari. Mi piazzavo davanti alla “consolle” del telefono fisso oppure correvo dall'altra stanza urlando “rispondo io”. E dopo l'ennesima chiamata dell'ennesima zia a cui rispondevo all'ennesima alla enne volta in tono tra il seccato e il demoralizzato “Ti passo la mamma”, finalmente arrivava la chiamata per me. Col passare degli anni, aspettai le chiamate delle aziende a cui avevo inviato il curriculum vitae. Il cellulare sempre in mano o in tasca, in bagno, sul tavolo, sul letto. Nulla. Poi ad un certo punto squillava: gente che aveva trovato il mio numero chissà dove e mi chiamava per vendermi il vino, ma illudevano con dolo perché quando rispondevo mi interpellavano dicendo Dott.ssa ….. io dicevo “Sììì” tutta contenta e dopo che mi spiegavano il motivo della telefonata avrei voluto mandarli a vendemmiare. Le chiamate di lavoro prima o poi arrivavano. Ma spesso era già troppo tardi o mi trovavo in un luogo talmente rumoroso da far la figura di chi non capisce un categorico colloquio informativo. E adesso aspetto che chiami il medico per dirmi quali accertamenti devo fare prima di togliere cosa di preciso non so nemmeno io. Come cambiano le priorità! E non sono nemmeno così vecchia.”

“Non vuoi parlarne finché non sai esattamente di cosa si tratta?”

“Esatto. Ti posso soltanto dire che sto coltivando l'orto.”

“Eeeh?”

“Non ci metto nulla: solo acqua e sapone e crescono bene da soli e in fretta. E Proliferano. Li puoi toccare e persino vedere. Potrebbero essere i “frutti del male”, questo non lo so. Infatti sto coltivando linfonodi.”



giovedì 30 giugno 2016

La maledizione

Ricomincio dai pezzi scrissi quando tornai da Londra. Infatti pensavo di ricostruire, di cucire quei pezzi e ricominciare da lì. Ma mentre cercavo di ricostruire, ristrutturare, riprendere le relazioni con amici e parenti, ricollocarmi nel mondo del lavoro in piena crisi, cominciai a perdere i pezzi, fisicamente. Col senno di poi avrei intitolato il post Ricomincio a pezzi, ma ovviamente non avrei mai potuto saperlo. Fino a quel momento in vita mia non avevo mai subito anestesie, di nessun tipo. Ero sempre stata conscia di ciò che mi accadeva, di ciò che mi facevano, persino da ragazzina ubriaca. E invece la maledizione volle un'anestesia per ogni anno che passava dal mio rientro in Italia, concedendomi una dilazione iniziale di due mesi (persi la priorità acquisita in day hospital per il ricovero in reparto) che fece scattare il primo evento all'anno solare successivo. Già, la rea dell'autocontrollo, che ero stata in passato, subiva l'anestesia come legge del contrappasso. E la rea dell'anarchia subiva la reclusione ospedaliera come legge del contrappasso. Schwanden, sembra assurdo ma accadde proprio questo. A Londra non andai mai una volta dal medico di base, nemmeno per sceglierlo. Tornai in Italia e non mi bastò più andare neanche dallo specialista, necessitavo di un chirurgo. E così, fu la volta della cistifellea, due giorni di degenza in ospedale più uno di scherzo (non solo persi la priorità in day hospital, ma rimandarono l'intervento in reparto dopo una pre-anestesia, come raccontai). L'anno dopo, fu la sorpresa della bimba, anche se in effetti qui si parla più di creazione che di perdita di un pezzo, però richiese 23 giorni di degenza più il parto cesareo, dove appunto persi il privilegio del controllo, del parto attivo, seppur l'anestesia non fu totale. Poi fu la volta dei denti del giudizio, di cui non raccontai nulla perché non fu rilevante in sé, ma solo nel contesto di un piano “malefico”.
E emigrando qui, pensavo di sfuggire a questa legge, di sciogliere la maledizione. Pensavo fosse legata alla mia terra, alle mie origini, ma invece è legata proprio a me, alla mia vita, senza ieri, né domani. Schwanden, la maledizione non solo mi perseguita, ma fa parte di me.”

“Però, devo interpretare tutto questo come una descrizione poetica e solenne di tutta una serie di sfortunati eventi, meglio conosciuti come sfighe. Già, una teoria di sfighe diventa un piano maledetto. Sembra quasi che tu stia trovando una giustificazione alla sfortuna. Se non ti conoscessi, potrei pensare che tu sia assurdamente religiosa o superstiziosa.”

“Io aggiungerei anche picchiatella e fatalista.”

“Invece so bene che in fondo per te la Provvidenza agisce semmai come la mano invisibile di Adam Smith piuttosto che secondo il piano di qualsiasi legge biblica o del contrappasso.”

“La sfortuna di romanzo vestita, esattamente così. Questa è la mia risposta alle disavventure. Visto che la sfortuna appare sempre nuda, cruda, cieca, bieca, senza ragione né programma, senza nazione né cartogramma ho provato a vestirla, a darle una ragione, un senso, un piano e anche una nazione. Tuttavia resta internazionale e senza frontiere.”

“Però dimmi, se la maledizione ha avuto origine da quei pezzi ed è diventata parte di te seguendoti ovunque, mi chiedo quale pezzo ti stia domandando ora, o la tua è solo una paura?”

“Schwanden, ormai non ho più paura. Accetto tutto, qualsiasi cosa domandi, anche se l'istinto di avvalersi della facoltà di non rispondere senza dubbio c'è. Molti sostengono che contro una patologia si debba lottare. Questo è il lavoro di un medico, che lotta per una causa generica, e non per una singola persona. Per il paziente è diverso. Il medico ambisce a far funzionare il macchinario il più a lungo possibile, a qualsiasi condizione o costo. Al paziente invece importa che il macchinario lo porti almeno fin dove voleva arrivare e che il viaggio sia piacevole. Il medico guarda il macchinario dall'esterno. Il paziente ci viaggia dentro. Se un paziente lottasse contro la sua patologia, di fatto lotterebbe contro la sua stessa carne, contro i suoi stessi pezzi, contro la vettura che lo fa viaggiare. E invece se i pezzi sono malati, bisogna lasciarli andare se non si possono riparare, visto che non si può nemmeno cambiar vettura. E in ogni caso, anche se fossero sani, non bisognerebbe attaccarsi alla propria carne, non bisognerebbe attaccarsi a qualcosa che deperisce, che si usura. Un paziente deve lottare per non far scappare il sorriso, non la propria bocca. Un paziente deve lottare per continuare a percepire la vita con i cinque sensi e non per gli occhi, le mani, la lingua, le orecchie, il naso. I pezzi privi di sensibilità non sono altro che carne da chirurgo. La sensibilità non è nel corpo, ma nell'anima.”

“Senti, ma veniamo al dunque. Non credevo che la narrazione prendesse questa svolta.”

“Non lo credevo nemmeno io. Volevo parlarti ancora degli svizzeri, ma ho dovuto rivedere la scaletta.”

“Perché? Cosa è successo? Puoi dirmi quale sarà il prossimo pezzo a cui dovrai rinunciare?”



sabato 25 giugno 2016

L'eredità

“Schwanden, quando chiedi ad un bambino cosa vuol far da grande, il bambino ti dà la risposta definitiva per l'adulto felice che diventerebbe. Eppure non lo stai ad ascoltare. Ridacchi e pensi che cambierà idea cento volte prima di decidere. In realtà è l'adulto che fa cambiare cento volte idea al bambino finché egli non si uniforma e dà una risposta sensata per la società e il mercato del lavoro.
Eppure io avevo già capito tutto da bambina della scuola elementare. Avevo già capito che il mio talento era la scrittura creativa e non la matematica. Avevo già capito che un lavoro e una vita ordinaria non erano congeniali al mio essere. Avevo già capito che ero una ribelle. Però mi confondevano le ottime valutazioni scolastiche che ricevevo in tutte le materie. E allora studiai ciò che era più richiesto, ignorando il fatto che a ciò che richiedevano dovevo dare io una risposta e forse non ero la persona più adatta a farlo. Ne ho già parlato. Non voglio ripetere.
Ti dico solo che se avessi studiato ciò che meglio valorizza il mio talento, magari sarei disoccupata lo stesso, ma perlomeno forse saprei come muovermi per uscirne, conoscerei meglio il settore e chi ci lavora. Invece conosco solo gente che ha fatto carriera nel settore che ho volontariamente abbandonato dopo la laurea e gente che continua come ricercatore nel settore da cui sono uscita per maternità. Schwanden, ho smesso di far statistica, e non ne ho sentito la mancanza. Ho smesso di scrivere e mi son sentita privata di tutto.
A volte mi sento fallita. Tutti i titoli che posseggo non solo non mi fruttano interessi, ma hanno pure perso il loro valore. Schwanden, non c'è peggior gestore finanziario di colui a cui non interessa il denaro.”

“La parola giusta è ribelle e non fallita, intanto. Non hai fallito come professionista, ma ti sei ribellata ai modi e alle condizioni imposte alla professione. Hai solo detto che non era l'ideale per te e ti sei dileguata. E' vero che fai fatica a trovare impiego perché sei anticonformista e non riesci a fingere di esser diversa, ma è anche vero che una volta assunta non hai mai deluso nessuno, a parte per la tua indisposizione ad essere asservita. Penso che potrebbero assumerti anche in Svizzera se tu lo volessi. Ma poiché preferisci un lavoro nel “sociale”, ma non hai la qualifica, allora ti impieghi a casa, auto-remunerandoti, e ti prendi cura di tua figlia. Penso che sei molto fortunata. Quello che ti sto offrendo qui davanti ai tuoi occhi è un paradiso.”

“Schwanden lo so, io mi sento in pace qui.”

“E allora, cos'è che non va?”

“Schwanden, quando mi chiedono cos'è che non va, la prima risposta che sarei tentata di dare è: tutto. Sono io che non vado: ho un pessimo carattere, il portamento “alticcio” e la bassa statura, non seguo le mode, i luoghi comuni, non mi piace fare shopping, sono trasandata, e quando mi vesto elegante appaio lo stesso come uno sputo in un occhio conformista, parlo poco o troppo a seconda delle situazioni, non so fingere, non guardo le vetrine, non sono aggiornata sulle offerte commerciali o sulle notizie che interessano la massa …
Schwanden, alla luce di queste considerazioni, alla domanda cos'è che non va però ti rispondo “nulla”. Schwanden, cos'è che deve andare e dove deve andare? Chi dice che dovrei essere diversa? Altrimenti non sarei io, altrimenti non vivrei la mia vita, ma un'altra vita. Anche se fossi malata la risposta sarebbe comunque che nulla non va. Già, chi dice che bisogna essere sani per poter vivere? Chi dice che deve andare sempre tutto bene? Chi dice che dobbiamo evitare di soffrire? Le giornate alla fine trascorrono lo stesso. A volte una sofferenza temporanea ti arricchisce di più nell'animo rispetto alla monotonia quotidiana. Si chiama vita. Certo, malattia, sofferenza, imprevisti sono tutte cose che ci distraggono dalla routine, che riducono la produttività e ci allontanano dal lavoro. Ma vivere non vuol dire essere sempre operativi, efficienti. Non siamo macchine sempre in funzione anche se accese. E poi la vita è come ricevere un'eredità. Se l'accetti, ti accolli sia i crediti che i debiti, le attività e le passività. Ci sono eredità più fortunate, altre meno, più corpose o più magre. Ma cosa importa? Ciò che abbiamo è ciò che dobbiamo valorizzare. E' la nostra vita e dobbiamo farne tesoro. Paghiamo i debiti e riscuotiamo i crediti perché riceviamo il tutto, ne diventiamo padroni e quindi responsabili. Ne assumiamo i rischi e ne godiamo i frutti. Se ricevessimo soltanto una parte, un legato, un bene, è come se qualcuno ci donasse solo un bel giorno di vita. Un bel ricordo, certo, ma nulla più. E invece no. Subiamo le sofferenze, ma possiamo ridere oggi e continuare a farlo domani. Paghiamo i debiti, per garantirci la continuità.”

“Sei sempre la solita ragioniera in fin dei conti.”

“Cerco di dare giustificazione filosofica ai miei studi.” 

“Quindi sei contenta della tua eredità, della situazione familiare svantaggiata da cui sei partita? Dei valori che ti ha trasmesso?”

“Certamente, anche se da quando son ritornata da Londra sembra che dietro l'accettazione di questa eredità ci sia una maledizione.”

“Una maledizione? Sei la reincarnazione di Bordel?”

“Schwanden, ti riferisci alla male-dizione di Baudelaire, il poeta maledetto? Se fai lo spiritoso, faccio la tua male-dizione o la tua storpiatura, ti faccio prima oscillare in Schwangen (che in tedesco vuol dire oscillato) e poi in Schwanger (in tedesco incinta) e ti faccio partorire un bel boschetto.”

“A parte gli scherzi e i giochi di parole, che cosa sarebbe questa maledizione?”


domenica 19 giugno 2016

Il bus

“A che punto sei col tedesco?”

“Chiedilo a lui.”

“Aaah intendevo la lingua, il linguaggio tedesco.”

“Schwanden, adesso comincio a capire cosa c'è scritto quando leggo qualcosa e anche quando parlano. Ma siamo a basso livello. E poi lo svizzero tedesco è come se fosse un dialetto e quindi diciamo che ho ancora l'impressione di non capire un accidente che non sia il mio. E la cosa che più mi fa star peggio è non capire i bambini quando mi parlano. Però è incredibile come le persone siano flessibili. Passano da una lingua all'altra senza problema. A volte pongo semplici domande in tedesco. E allora mi rispondono in inglese o in italiano, se lo sanno. Invece se inizio a parlare in inglese spesso mi chiedono, un po' preoccupati se conosco altre lingue. Allora rispondo “italiano” e, se lo sanno, preferiscono. Schwanden, fa quasi impressione vedere quanta gente parla italiano, nonostante abbiano ben poco in comune con la mentalità italiana. E' incredibile come qua l'Italia sia così lontana, seppur così vicina.
E comunque non voglio più tornarci. Tutte le volte che mi innervosisco è colpa di faccende ancora aperte in Italia che mi guastano le giornate. Sto quasi diventando intollerante. Qua la gente si comporta, agisce senza che tu debba sollecitarla. In Italia devi fare ventimila solleciti e ancora non ottieni nulla. Non voglio fare l'elenco delle cose che non vanno in Italia. Faccio solo l'esempio del bus.”

“Si possono capire molte cose osservando i sistemi di trasporto.”

“Il fatto che qua i mezzi di trasporto pubblici siano sempre puntuali non è un luogo comune. Ma sai perché? Perché non solo dal capolinea non si sgarra, ma nemmeno a qualsiasi fermata. Se in lontananza si vedono la vecchietta, la signorina appariscente o anche una persona che ha difficoltà motorie, trafelati per cercare di non perdere il bus, non li si aspetta. Non si aspetta nessuno. Se c'è un orario da rispettare niente eccezioni. Per colpa di una sola persona un intero bus potrebbe arrivare in ritardo. Perché se aspetti qualcuno ad una fermata, potresti perdere il semaforo e poi se ci si ferma una volta è facile che anche alla fermata dopo si ripresenti la stessa situazione. E allora per evitare disuguaglianze, non ci si ferma per nessuno. L'orario è quello. La vecchietta e il signore prenderanno il bus che passa dopo (non aspetteranno neanche tanto). D'altronde nessuno può pretendere che persone in difficoltà arrivino sempre puntuali e poi, probabilmente, non hanno impegni di lavoro. Per la bella signora? In effetti se devi guidare (e sei uomo o attratto dalle donne) meglio evitare di distrarsi. E così tutti arrivano puntuali. 
L'Italia è invece un bus che, per aspettare tutti, alla fine non arriva da nessuna parte. E che pretese che ha il singolo passeggero! L'autista deve aspettare, ma poi si lamentano che non arriva in orario. Però prima di salire era più importante che quella singola persona non perdesse il bus piuttosto che l'intero bus arrivasse in orario. Sarà anche vero che magari l'autista si adagia al capolinea. Ma è proprio perché ognuno ha una visione molto egoistica del servizio che l'autista si adegua. E poi che motivazione avrebbe un autista a partire in orario dal capolinea se tanto sa che non arriverà in orario perché costretto a fermarsi e aspettare i ritardatari? E così è un circolo vizioso. Io aspetto, tu aspetti. Io pretendo, tu pretendi. Se si fissa un orario è bene che decida l'orario e non la persona. 
Allora sarebbe bello buttar via gli orologi e non aver orari. Ma allora non usiamo più i badge al lavoro. Non fissiamo più nessuna scadenza. Non prendiamo più nessun impegno e viviamo così alla giornata. Andrebbe bene in un'altra società, con un'altra organizzazione. Ma in una realtà dove si fissano regole, orari, scadenze un atteggiamento come quello che si ha in Italia non porta da nessuna parte. Che senso ha scrivere le regole se poi ogni volta il singolo caso può essere l'eccezione? 
Non si può pretendere giustizia se non si è imparziali. Non si può pretendere giustizia se c'è omertà con chi sgarra. Il bus è la metafora di come viaggia il sistema. 
Anche in riunioni, incontri, lezioni … si tende ad aspettare sempre i ritardatari. Ma perché? Perché si pensa sia educazione aspettare tutti, quando invece sarebbe educazione rispettare l'orario? E poi, diciamolo, se a te non interessa l'inizio della riunione, perché arrivi in ritardo, ti fanno ancora sentire desiderato.
Tornando al discorso stradale, inversa è la situazione del traffico automobilistico. In Svizzera il pedone ha sempre ragione. L'autista si ferma ancora prima che metti il piede fuori dal marciapiede e ti lascia passare indipendentemente da chi tu sia: un baldo giovane, un anziano signore con deambulatore, una bella donna … Lo stesso accade anche se ti butti in mezzo alla strada o passi senza guardare: l'autista deve fermarsi.
In Italia invece gli automobilisti sono i padroni della strada. Guai a non farli passare. Se non ti mettono sotto, ti stordiscono col clacson.
Inoltre qua la gente del vicinato e quelli che incontri per la strada ti tengono d'occhio non per farsi gli affari tuoi a vanvera, come in Italia, ma per controllare che non sgarri e se fai qualcosa che non va te lo dicono apertamente e con aria severa. 
In Italia se fai qualcosa di sbagliato lo sanno tutti, tutti stanno zitti tu continui indisturbato e ti salutano pure (se sei uno che incute timore). 
Schwanden, qui non vedi la polizia in ogni angolo, vedi la gente che ti osserva e che si attiva se c'è da far qualcosa. Per questo per la strada quando cammini ti sembra di vedere persone attente, non gente che procede parlando al telefono o fissando un display. A questo, devo dire, che sono piuttosto estranea, visto che ho la testa sempre sulle nuvole dei miei pensieri e non mi interessa osservare gli altri per fare il carabiniere. Invece in Italia ero spesso stressata quando vedevo tanta gente accalcarsi per timore che sparisse qualcosa dalla borsa o che qualcuno non rispettasse il proprio turno nella coda che facevo. Perché se non tollero la falsità, figuriamoci la truffa. 
E in caso di controversie, se sei dalla parte della legge in Italia stai fresco, mentre qui stai tranquillo.”

“Però hai sempre le tue utopie.”

“L'Italia si è verificato un luogo non adatto né a me né ad esse. Gli Italiani sono molto simpatici, sono persone di cuore, sono tutti amici finché non sono davanti ad una mazzetta di denaro. A quel punto si scannano a vicenda per accaparrarsi il bottino. L'ho visto fare tra parenti, eppure si erano tanto amati. Certo non sono tutti così per fortuna, ma conosco poche eccezioni.
Qui magari non sembrano così simpatici, sono piuttosto rigidi, ognuno ha le proprie cose che l'altro rispetta, ma se sono davanti ad un bottino sono in grado di dividerselo equamente.”

“Certo, tu sogni anche una realtà libera dal denaro, dalla proprietà, dall'odio, libera in generale da tutto … Tu sogni troppo.”

“Lo so. E infatti non mi aspetto di trovare una realtà così, ma di sicuro un passo avanti l'ho fatto. Mi son liberata dall'inquinamento della mia città.”

“Già, qui è tutto più verde, ma in compenso c'è il rischio nucleare. Qui sono pacifisti, ma il servizio di leva è obbligatorio. Qui non mettono i lucchetti agli oggetti di valore, ma in compenso stipulano assicurazioni.”

“Qui son tutti felici e poi si suicidano. Schwanden, a parte le esagerazioni e le contraddizioni, che comunque ogni luogo ha, ciò che volevo adesso ce l'ho.”

“Un posto dove morire tranquilla?”

“Schwanden, prima di morire si vive.”

“Già. E pensi di continuare a vivere giocando con tua figlia tutto il giorno?”

“Ti riferisci al lavoro retribuito? Lo so. Guarda che mi ero già posta la questione diverse volte. Sinceramente, non saprei se qua apprezzerebbero la mia personalità, aldilà del curriculum professionale. E devo dire che se non avessi la bambina da accudire e il mio compagno non avesse un signor lavoro, senza occupazione stabile non mi avrebbero mai permesso di risiedere.”

“E allora? Non puoi non avere obiettivi.”

“Schwanden, ne riparliamo in futuro perché adesso ho altre priorità.”

“Altre priorità? E cosa viene prima dei tuoi obiettivi? 


domenica 12 giugno 2016

La manifestazione

“Schwanden, se fossi malata chiederei a chi mi conosce di partecipare ad una manifestazione.”

“Manifestazione? Di cosa?”

“Vedi, ho sempre sognato di poter entrare nella testa degli altri e vedere con i loro occhi, capire cosa pensano veramente, vivere la loro realtà. E il modo migliore di farlo sarebbe chiedere a chi mi conosce di scrivere cosa pensa realmente di me. Ormai non temo il giudizio di nessuno e quindi non soffrirei se sentissi insulti o parolacce, ma potrei capire molte cose, avere una visione più grande del mondo, o almeno del pezzo di mondo che meglio conosco, il mio.”

“Beh, non mi sembra una richiesta impossibile.”

“La difficoltà sta nel confessare la realtà. Se sai che una persona è malata allora la compassione ti porta a vedere qualità positive immaginarie al punto di arrivare a dire che il moribondo è lo spirito santo in terra.”

“In un certo senso lo è.”

“OK, Schwanden, ma io voglio la spietata verità che vedono gli altri quotidianamente.”

“E allora preferiresti che dicessero che sei una stronza che merita di morire?”

“Se è ciò che pensano veramente, sì. Mi farebbe capire meglio le persone, in base a come mi vedono veramente. Non le giudicherei, ma le guarderei per ciò che vedono in me.”

“Non capisco questa tua ricerca di crudeltà.”

“Ho sempre ambito a capire chi è veramente l'uomo.”

“Ti piacciono i lupi?”

“Schwanden, se vuoi essere identificato e riconosciuto dagli altri, devi chiedere il documento di identità da esibire, non il santino da tenere in borsa. Sai che ho sempre odiato l'indicazione della statura nella carta di identità, ma col passare degli anni mi son resa conto che è inevitabile scontrarsi con i propri centimetri.”

“Già. E hai anche smesso di indossare i tacchi.”

“Giusto. Se vuoi essere portatrice di verità, devi esibirla e devi inseguirla. Per questo chiederei agli altri di potermi aiutare e la malattia sarebbe un'occasione da sfruttare.”

“Quindi vorresti essere malata per avere quella strana occasione?”

“No, Schwanden!! La strana occasione, o meglio la manifestazione, sarebbe la mia risposta.”

“La tua risposta a cosa?”

“Alla malattia.”

“Perché stai affrontando questo argomento?”

“Schwanden, la vita è come un compito in classe. Per superarlo, devi preparare le risposte da dare alle domande che usciranno nel test. Non sapendo quale sia il prossimo quesito, mi preparo su tutto.”

“Sei sempre la solita secchiona.”

“Odio quel termine, ma se è la verità che sostiene qualcuno, ben venga.”

“Comunque, volevo dire, stai studiando troppo per questo “test” e lo sai bene che in passato l'overdose di studio ti ha fatto male.”

“In passato mi ha fatto male perché ero ossessionata dalla competizione e dalla valutazione dell'insegnante. Adesso valuto io se ho dato la risposta corretta alla domanda che mi è stata posta.”

“Quindi la vita è un compito in classe che devi autovalutare?”

“Se fai il test rispondendo come gli altri si aspettano, prima o poi odierai l'esame e studiare ti sembrerà una tortura esistenziale. Perciò è l'autovalutazione che ti fa amare il test e quindi la vita.”

“Non hai mai desiderato conoscere in anticipo le domande di un esame, ti sono sempre piaciuti l'imprevisto e la sfida che ti propone.”

“Esattamente.”

“Quello che forse dovresti chiarire è come l'opinione vera degli altri arricchirebbe la tua prospettiva sul mondo e ti renderebbe una persona migliore.”

“Ti faccio un esempio. Se un medico dice ad un paziente: “Non credo che il suo caso sia un tumore, ma per esserne sicuri dobbiamo procedere con una biopsia”, secondo te, quale verità nasconde la frase?”

“Decide la biopsia.”

“Ecco Schwanden è questa la realtà che la maggior parte delle persone vede: decide il fato, la scienza o qualcun altro. Ma esistono altre realtà alle quali ci si può soffermare e di conseguenza scegliere come linee guida per rispondere alla domanda: “sono malato?” e quindi: 1) Non credo sia tumore. Se si sceglie questa visione si rimane positivi e quindi si dà una risposta costruttiva. 2) Non posso essere sicuro di essere sano. Quindi vivo nella paura, nel terrore della malattia dando una risposta che propaga negatività. 3) La biopsia, oddio. Non voglio farla. Meglio non sapere. Questa è la realtà di chi vuol nascondere la realtà.”

“E allora se ti dicessero ciò che pensano di te ti aiuterebbe a sentirti più sana?”

“In un certo senso, sì, mi aiuterebbe a percepire me stessa con il senso degli altri. E un po' guarirei. E poi un malato ha diritto di sapere, no? E la conoscenza è una forma di cura.”

“Anche un sano però avrebbe diritto a sapere.”

“Infatti, ma sai, si dà precedenza al diritto del malato. E' un mondo che preferisce curare piuttosto che prevenire.”