venerdì 25 novembre 2016

Je SUISSE GARANTIE

“Schwanden, a volte mi intristisce pensare che mia figlia forse crescerà in una nazione classista dove molto probabilmente non sarà disoccupata grazie al protezionismo, ma a costo di doversi integrare a questa cultura.”

“Cos'è che non ti piace della cultura locale?”

“Innanzitutto il fatto che si discrimini tutto col denaro. Qui, oltre a farti pagare qualsiasi cosa, persino la lista delle baby-sitter, ti fanno ancora sentire pezzente se cerchi di risparmiare facendo, per esempio, una copertura base assicurativa, ti trattano come l'ultimo paziente della lista e sembra ancora che ti facciano un favore a curarti (certamente, come servizi sono molto più celeri che in Italia, ma credimi, secondo me in Italia i dottori sono più competenti).
Poi c'è la filosofia che il denaro salvi tutto: se paghi puoi evitare di fare la raccolta differenziata; se hai uno stipendio alto le procedure per ottenere una casa in affitto si accorciano, il conto in banca te lo aprono subito, se paghi di più ottieni un servizio migliore. E' tutto così. La distinzione tra prima e seconda classe è presente ovunque, negli ospedali, nei servizi pubblici e privati.
Certo, a differenza dell'Italia qui non c'è ipocrisia ed è tutto così esplicito, regolamentato e trasparente. E poi in Italia è già tanto aspettarsi un servizio pubblico decente, altro che prima classe. In Italia invece sembra che tutti si vergognino ad ammettere che risolvono ogni cosa col denaro: sotto sotto pagano o rendono un favore al funzionario che velocizza la pratica, pagano il medico privato e allora tutto si aggiusta, si trova posto in ospedale. Qui invece non paghi estorsioni, corruzioni, regali, ma paghi tasse e servizi non al singolo che ci lavora, ma all'organizzazione. E' soltanto che da questo punto di vista questo paese sembra di fatto gretto e meschino. In Italia almeno è apprezzabile lo sforzo di chi professa diversi valori. Certo l'Italia è il paese delle belle illusioni... Scusa, mi stavo perdendo con il confronto. Torniamo ai punti negativi.
Devo inoltre aggiungere che se non hai un bancomat od una carta di credito difficilmente sali sull'autobus, perché è possibile acquistare i biglietti ad ogni fermata, tramite lo sportello automatico che non accetta moneta materiale. Non credo nemmeno che si possano acquistare biglietti da vidimare, visto che a bordo solitamente non è presente obliteratrice. Quindi di fatto se non hai un conto, non conti come passeggero e quindi non sali.

Un'altra discriminazione viene fatta sulla nazionalità. Se un bambino non è svizzero, difficilmente frequenterà una classe dove ci sono cittadini svizzeri “puri”. Poiché in Svizzera è pieno di immigrati, li si incoraggia a frequentare gruppi di incontro, scuole, circoli dove ci sono anche i propri connazionali. Certo, idealmente lo scopo è quello di farli sentire più a loro agio, ma di fatto l'obiettivo è selezionare, discriminare, visto che la lingua ufficiale resta comunque il tedesco. Ed è tutto così trasparente, anche nel mondo del lavoro. Se vogliono assumere un cittadino svizzero lo specificano nell'annuncio di offerta di lavoro tra i prerequisiti, come se fosse il grado di istruzione. O se non lo scrivono esplicitamente, te lo fanno capire. E così a scuola, negli asili. Formano le classi in base alla nazionalità, all'andamento e/o alla condotta scolastica, al temperamento, al carattere, all'atteggiamento. Non mi stupirebbe se selezionassero pure in base al fatto che i genitori abbiano o meno stipulato un'assicurazione contro i danni causati dal figlio.

Infatti qui la cultura assicurativa è molto sentita e se non ti assicuri hai sempre la sensazione di sentirti incosciente perché qua se fai un danno non puoi mai sapere quanto possano farti pagare. Così come quando vai dal dottore. Facciamo quest'esame, seguiamo questo trattamento e poi ti senti ancora peggio quando ti recapitano la fattura da pagare.
In compenso quando cammini per la strada possono pure caderti i soldi e puoi vedere la gente che se si ferma è per aiutarti a raccoglierli e restituirteli.
Così come a nessuno passa per la testa di non pagare (anzi qua più paghi più é un valore) così a nessuno passa per la testa di rubare (è chiaro che ci sono eccezioni, ma nel complesso la situazione è così).

Tuttavia, il fatto che qua si abbiano molte più esigenze per vivere non vuol dire necessariamente che ci siano sprechi o consumismo, Infatti qua non c'è la cultura del “compro a poco prezzo e poi butto per sostituire”. E' però anche vero che questa cultura è imposta, nel senso che non trovi nulla a poco prezzo, e poi per buttare devi pagare. La maggior parte degli articoli casalinghi ed elettrodomestici in commercio è prodotta localmente o comunque rispetta certi standard. E se provi a comprare online dalla Germania, per esempio, se non torna indietro al mittente, ti arrivano i dazi doganali da pagare.

Un altro punto dolente, è che ho come l'impressione che si vogliano tutelare i servizi di spedizione postale. Persino l'Italia ha fatto notevoli passi avanti per ridurre il cartaceo, presentando la maggior parte dei documenti in formato digitale, comunicando via mail con le amministrazioni, servizi pubblici e privati. E devo dire che funziona molto bene (ho fatto il cambiamento di residenza online e il giorno seguente ho ricevuto già la ricevuta con certificato).
Qua invece ti richiedono di inviare tutto per posta ordinaria, non scrivono mail, ti scrivono lettere: uno spreco notevole di carta. Capisco che qua tutti la riciclano, ma non mi sembra giusto nei confronti dell'ambiente (e dire che questo paese è “verde”). Questo, a mio parere, ha la finalità di tutelare il servizio postale che, senza dubbio, è impeccabile, celere ed economico: spedire una lettera costa meno che in Italia e arriva il giorno dopo.

Apprezzo comunque il fatto che si proteggano i prodotti locali e quindi la qualità, che non si accetti che negli esercizi commerciali si possa lavorare sottopagati o a ritmi disumani. Questo, ovviamente, per evitare di attirare gente disposta a lavorare come “schiavo” perché disperata, così da non danneggiare i cittadini che certamente non accettano di competere a queste condizioni.
Questo vuole anche dire che in Svizzera non puoi vivere di espedienti, arrangiarti. In Italia, comunque, se non lavori non paghi le tasse, hai esenzioni sanitarie, quindi puoi curarti, puoi anche vivere senza pagare affitto per qualche mese o anni.
Qua se non lavori e sei straniero ti rispediscono a casa, a meno che non hai qualcuno che ti mantenga, e poi comunque hai dei costi fissi inevitabili per vivere: l'affitto, l'assicurazione sanitaria (altrimenti non ti curano), la spazzatura (si paga il singolo sacchetto e non è previsto usare altri sacchetti, a meno che non si tratti di poca spazzatura che produci uscendo, che puoi buttare nei cestini).

Un altro aspetto da notare è che qua ogni professione è riconosciuta. Qualsiasi lavoro manuale ha prestigio e vale molto di più di ogni titolo di studio. Tra i giovani (svizzeri) è molto diffuso fare il praticantato e poi lavorare subito, piuttosto che laurearsi e poi filosofeggiare (come me, in fondo). Qua infatti la discriminazione si fa su quanto guadagni e quindi puoi anche essere muratore, ma se guadagni come un impiegato hai la stessa stima e rispetto.
Trovo corretto non avere pregiudizi su nessun lavoro, non disprezzare chi si sporca le mani. Però a volte spiace un po' che nessuno, quando dici che hai un dottorato di ricerca, faccia un minimo segno di apprezzamento o mostri curiosità. Se non vedessero che ho la bambina, passerebbero subito alla domanda, “ma cosa fai come lavoro?” Qua infatti ciò che conta è cosa fai e non chi sei. E questo non mi piace molto.
A Londra, ricordo, ci avevano subito affittato la casa, chiudendo un occhio anche se io non avevo ancora lavoro e il mio compagno aveva una borsa di studio di dottorato, soltanto perché io avevo il dottorato di ricerca. “I can trust a PhD” fu la conclusione del proprietario.
Tuttavia a Londra, come ben sai, c'erano altre cose che non mi piacevano (la chiusura sociale ed emotiva, la burocrazia). Qua invece puoi conversare con tutti e puoi far valere le tue ragioni, senza scontrarti con la burocrazia. Solo che, devo riconoscere, a Londra, prima del brexit, nessuno era discriminato per nazionalità e religione ed era facile trovare lavoro per titolo, senza conoscere nessuno (qua non è così e te ne parlerò un'altra volta).

Schwanden, sembra che ormai sia impossibile vivere in una nazione di essere umani. O vivi in un mondo di disoccupati, di delinquenti, di ladri e di gente vittimista o vivi in un mondo selezionato, classista, di gente che accetta la diversità culturale per ghettizzarla.
Schwanden, in ogni caso, ovunque vai, governa sempre il denaro e se non c'è odio c'è chiusura mentale, se c'è ricchezza materiale c'è povertà intellettuale. Infatti qua in Svizzera non interessa a nessuno chi sei e quanto hai studiato: l'importante è avere un ruolo pagato all'interno della società dall'azienda che ti assume o dal marito che ti mantiene per badare ai figli.

Finché le persone non impareranno ad autogovernarsi, il buonsenso dovrà sempre trovare un compromesso col potere e attualmente, nel contesto globale, sembra che non ci siano alternative tra le due posizioni: di chiusura delle frontiere e protezionismo o di piena apertura e globalizzazione. Ma ora non voglio divagare.

Schwanden, tuttavia non mi posso lamentare. Non tornerei in Italia per nessuna ragione. Sono immersa nella natura, vivo lontano dal traffico stradale, dallo smog, la qualità del cibo è indiscutibile, mia figlia si diverte, posso anche farla camminare per la strada senza tenerle la mano, le strade sono pulite. E' ben difficile che mia figlia possa inciampare su qualcosa di tagliente. Mi sento davvero in pace. E' anche vero che mia figlia non va ancora a scuola, anche se inizierà presto l'asilo nido. E' anche vero che non lavoro, che non mi sono scontrata ancora con nessuno, ma sto attivamente cercando lavoro e la prossima volta te ne parlerò.

Però, credimi, sembra assurdo che io dubiti di far crescere mia figlia in un ambiente pulito, selezionato, protetto, senza ciò che la gente definisce “gentaglia”, con la possibilità di diventare cittadina svizzera, di poter essere inserita in una classe di gente come lei, di trovare un'occupazione, di parlare diverse lingue, di avere uno stile di vita salutare. Però Schwanden devo ammettere che io ho imparato molto dal convivere in una classe di studenti dove ognuno aveva i suoi tempi di apprendimento, la propria condotta. Alla fine uno studente non impara solo dagli insegnanti, ma anche dai suoi compagni di classe. Più la classe è promiscua, più è facile che un bambino acquisisca apertura mentale. E non vorrei incentivare mia figlia ad una cultura chiusa, seppur multiculturale. Perché il fatto di parlare più lingue, certamente vuol dire rispetto per altre culture, ma questo non vuol dire che non ci sia incomprensione e distacco verso le persone di altre culture.
Schwanden, io penso sia meglio far crescere una figlia non in un ambiente dove hai il lavoro garantito dalle barriere, ma dove hai la possibilità di creartelo a seconda del tuo orizzonte, di diventare ciò che vuoi, di frequentare chi vuoi e di vivere come puoi. E non sono pienamente sicura che questo sia il paese ideale”.



lunedì 21 novembre 2016

Le note del pensiero

I pensieri spesso sono inconsci come le canzoni che canticchi, non necessariamente perché ti piacciono, ma perché ti vengono in mente, perché le hai sentite tuo malgrado mentre facevi spese, mentre aspettavi in un ufficio pubblico, al telefono, oppure le canzoni per bambini che fai sentire a tua figlia (anche se spontaneamente non ascolteresti mai) ... Spesso mi accorgo di cantare canzoni che addirittura mi infastidiscono, rimastemi in mente, inconsciamente.

Poi mi rendo conto che, se attivamente canto solo le canzoni che mi piacciono, tutto cambia. La giornata trascorre al ritmo che sento, con il quale sono in sintonia, al ritmo che mi fa star bene.
E così, analogamente, se mi vengono in mente pensieri, preoccupazioni che mi infastidiscono, che mi incupiscono, la giornata prende un ritmo che non vorrei seguire, che vorrei spegnere. E allora, poiché spesso è impossibile concentrarsi o distrarsi per la presenza di quel rumore, occorre trovare un ritmo, una melodia talmente forte da sovrastare quella che vorrei eliminare. Pertanto un pensiero positivo che orienti verso una direzione o soluzione è sufficiente a spegnere un pensiero negativo che genera solo preoccupazioni. 

La forza del pensiero assomiglia pertanto al tono della musica. Più i tuoi pensieri assorbono la tua mente e più senti la musica. E se il ritmo ti piace, balli senza stancarti fino a quando hai forza, sentendoti coinvolto ad ogni passo, percependo ogni movimento, vivendo intensamente. 

Infatti per me vivere intensamente non significa sfruttare ogni momento, impegnandolo sempre con qualche attività, ma significa sentirsi coinvolti ogni momento nell'attività che si sta svolgendo. Per esempio, quando mia figlia si addormenta tra le mie braccia non faccio nulla, non guardo nessun monitor, non leggo nessun libro, non ascolto nessuna musica, non penso ai fatti miei, ma la osservo. E in quel momento mi sembra di vivere intensamente perché mi sento pienamente coinvolta in ciò che faccio: la abbraccio e mi lascio trasportare dai miei sentimenti. 

Se pur facendo mille attività o avendo mille impegni non ci si sente coinvolti in ciò che si fa e si vive mantenendo un distacco da tutto, allora credo che non si viva intensamente.
Quando vivi intensamente sorridi non perché pensi sia giusto o sia educato, ma perché lo senti dentro e vorresti travolgere col sorriso ogni persona che incontri; ti arrabbi non perché reciti la parte di chi si lamenta, ma perché vuoi far valere le tue ragioni; piangi, urli per sciogliere ed eliminare tutto il male che hai dentro.


domenica 6 novembre 2016

L'arcano

Dottore, devo confessarle che ero preoccupata perché lei ha dubitato che tutti i miei malesseri inspiegabili potessero essere causati dall'insorgenza di depressione. Forse le sembrerà anomalo, ma avrei preferito il cancro alla depressione.

Avrei accettato di morire a causa di un tumore maligno o di un'altra malattia piuttosto che vivere con la depressione. Questo è il mio punto di vista. Vivere senza entusiasmo, senza passione, senza accorgermene per me non è vita ed è peggio della morte.

Mi creda, sono felice che dagli esami non risulta nulla, ma se questo significa che potrebbe trattarsi di depressione, allora sono più infelice di come sarei se fossi malata. Devo confessarle che mi stressa attendere la visita dello psichiatra. Preferirei fare altri esami più invasivi per trovare la causa del male piuttosto che vivere con la prospettiva di essere giudicata “depressa.” Comunque non faccio opposizione e sono sicura che l'incontro servirà più a lei, per concludere di aver cercato la diagnosi ovunque, che a me, perché nella mia mente la depressione non esiste, è lungi da me, non la faccio entrare. Appena ne vedo la minaccia cambio vita, cambio direzione.

E adesso sono solo stanca. Ho bisogno di tempo per riprendere le mie forze. Ho bisogno di tempo per dimenticare questa storia. Ho bisogno di tempo per cercare un lavoro e non voglio più incontrare medici come paziente, ma piuttosto come collaboratrice scientifica.
E poi preferisco vivere con i miei sintomi, con il dolore al petto, con le vertigini … piuttosto che tentare una cura di antidepressivi per distruggere ogni malessere.

Perciò le chiederei di fermarci qua. Il tempo è la migliore medicina nei casi come questi.”

Non ci fu bisogno di riferire al medico tutto questo discorso. Se ne accorse da solo. Mi vide, ero serena. In fondo lo ero sempre stata, ma il mio pallore aveva nascosto il colore della mia energia. I valori del sangue ora erano tutti nella norma.

“Ci vediamo tra un mese per il controllo. Nel frattempo si ritenga libera da ogni appuntamento: non vedrà nessuno psichiatra”.

E così guarii. Ho ancora qualche dolore, ma la mia mente ha ritrovato il suo “potere guaritore” e prima o poi cesserà tutto. Per mesi ho avuto il dubbio di fare la fine di mia madre, poi quella di mio padre e invece continuo a vivere la mia vita, alla mia maniera, con il mio stile. Ho rivissuto tutto il dolore che avevo superato. Ho provato di nuovo l'irrequietezza di non sapere, di non conoscere la causa della morte di mio padre. E ho capito cosa significa trovarsi all'improvviso “delle palline” e dover aspettare l'esito di una biopsia. Io sono stata fortunata, ma mia madre no. Di fronte al male non diagnosticabile ho saputo trovar la via di uscita, mio padre no. Eppure i linfonodi ci sono sempre, sempre più grossi, sempre di più. Ma ho imparato a lasciarli stare, a non toccarli, a non alimentarli, a non pensare alla loro ragione.

I religiosi lo chiamerebbero “Mistero della fede”. L'unica fede che ho è nella mia vita e se svelarne il mistero significa abbandonarla o allontanarsi da essa, allora preferisco l'arcano.


venerdì 21 ottobre 2016

Peccatori di sostenibilità

Da quando abito vicino alla fattoria vedo quotidianamente i cavalli, le mucche nei prati a pascolare, i maiali nella stia, le galline nel pollaio e mia figlia emozionata. Penso di essere felice, fortunata di vivere nel lusso della natura, nonostante aleggi l'odore dello sterco e degli animali. Il prezzo di questo senso di pace, di tranquillità, di quest'atmosfera bucolica lo pago con una sorta di tristezza e compassione per quegli animali.

Tra qualche mese mia figlia forse mi chiederà "mamma ma come? Mi fai vedere gli animali li salutiamo, sorridiamo loro e poi li mangiamo?" E allora la risposta spontanea sarà “ma noi non mangiamo quegli animali, lo vedi, son sempre lì ne mangiamo degli altri.” E lei insisterà “ma allora che animali mangiamo?” In effetti cosa cambia se mangiamo quel maiale che vediamo o un altro maiale? E perché non ci si dovrebbe sentire altrettanto colpevoli se si vive lontano dalla natura e se si va a far la spesa al supermercato? In fondo non si mangia quel maiale, si mangia carne che vendono al supermercato e la si mangia di buon gusto. Non è cavallo, manzo, maiale o pollo è soltanto articolo del reparto macelleria.

Ma se non si riesce ad accettare tutto questo, si inizia allora con il ridurre il consumo di carne che poi si bandirà definitivamente dalla dieta. Poi si va oltre eliminando i derivati: latte, formaggi, uova e poi, si riflette che, per compensare la privazione, non si potrebbe neanche vivere di sole frutta e verdura, perché ciò comporterebbe un danno all'ecosistema, privando del consumo gli erbivori e frugivori. Si giungerebbe allora a consumare solo vitamine, prodotti artificiali, costruiti in laboratorio, e ci si sentirebbe forse più simili a robot ricaricabili che ad essere umani che si alimentano. E comunque anche il cambiamento alimentare potrebbe voler dire maggior inquinamento. E poi nessuno si occuperebbe più di allevare gli animali se nessuno più li mangiasse. E allora diventerebbero selvatici e nella transizione morirebbero, vittime di altri animali predatori. Non c'è scampo. Qualsiasi comportamento umano danneggia l'ambiente. Nasciamo già peccatori verso l'ambiente, peccatori di sostenibilità: comunque ci muoviamo inquiniamo o alteriamo l'ecosistema.

L'essere umano è al contempo la specie più intelligente, potente, ma più pericolosa. Costruisce e al contempo distrugge l'ambiente. Vive e al contempo uccide le altre specie (e la sua). Anche le altre specie in fondo si comportano così, ma solo per sopravvivere (e quindi per questo non uccidono sé stessi). L'uomo invece non lo fa per sopravvivere, ma per dominare. E si giustifica dicendo che per sopravvivere deve dominare, così come si convince di far del bene all'umanità diventando padrone degli animali che poi uccide. Ma se ci si riflette, si arriva alla conclusione che chi lotta per sopravvivere non si pone questioni etiche, non si chiede se sia buono o cattivo. Pensate ai leoni che mangiano le zebre: credete che si sentano cattivi, che abbiano scrupoli o sensi di colpa dopo che hanno azzannato la preda?

Se ho scrupoli a consumare la carne vuol dire che posso scegliere cosa mangiare, che sono agiata, che non devo lottare per sopravvivere. E allora forse le persone che si trovano in questa situazione sono quelle che si chiedono se il percorso che stanno seguendo è quello della felicità, se il loro comportamento è dannoso, se bisogna cambiare, se e sempre se. Se si lottasse per sopravvivere non esisterebbe più il concetto di felicità perché prevarrebbe l'istinto animale, il vero motore vitale. Un animale vive e basta. Per lui non esiste null'altro. Col tempo gli uomini si sono allontanati dai propri istinti animali sostituendoli con ciò che prende il nome di “fede”: se credi sei felice per definizione. E allora vivi e basta, come gli animali, e non ti poni più domande, annientando quindi il significato individuale di felicità. Se credi in un “dio” hai l'alibi: puoi fare ciò che vuoi senza essere condannato. E così se pensi a dio, ma in realtà credi al denaro e che non esistano alternative al lavoro salariato allora percepisci di lottare per la sopravvivenza e non ti poni domande sulla tua soddisfazione e sulla condotta etica di chi ti assume. Siamo l'unica specie in grado di costruire da soli la propria gabbia e di sentirsi liberi nel viverci.

“Con calma, cos'è un monologo? Non so chi, tra i lettori, è arrivato a seguirti fino in fondo. Non voglio incalzarti a soffermarti e approfondire alcuni punti tematici, visto che il tuo obiettivo è più quello di scrivere di getto le tue riflessioni piuttosto che argomentarle per convincere qualcuno. Vorrei soltanto farti riflettere su ciò che riguarda la tua vita.
Vorresti forse diventare anemica per salvare le mucche e poi morire non mangiando più nulla in nome della sostenibilità?”

“No di certo, Schwanden. Questo andrebbe contro il mio istinto di sopravvivenza. E poi, Schwanden, è vero che non abbiamo scampo, ma possiamo seguire una direzione. Possiamo ridurre le nostre esigenze e quindi inquinare in maniera inevitabile. So che il concetto di esigenze per la società è ben diverso dal mio, ma alla fine non è un mio problema. Diventa un mio problema se accetto il livello imposto senza esserne convinta o senza crederci. Finché conduco una vita che si limita a soddisfare le mie esigenze allora sono felice per definizione perché sto seguendo il mio “dio”. Se mi uniformassi alle esigenze richieste, a meno di non percepire che se non lo facessi sarebbe in gioco la mia sopravvivenza, questo andrebbe oltre i miei bisogni e mi sentirei infelice perché comincerei a chiedermi se sono felice, se posso cambiare e se sia quella la giusta direzione.”

“Quindi, per essere felici per definizione o meglio, per non porsi più questioni sulla felicità, occorre credere in un proprio “dio” ispirato di fatto all'istinto di sopravvivenza?”

“Esattamente Schwanden. Devo però ammettere che il mio “dio” è mobile, cambia nel corso del tempo perché cambiano le mie esigenze, cambia il concetto di sopravvivenza. Per questo mi definisco una persona felice a tratti, come una funzione discontinua. Felice finché segue il suo dio e vive in funzione delle sue esigenze. Poi accade che ogni tanto “perde il segnale” col proprio dio, col proprio istinto e le proprie forze vitali e allora brancola nel buio. Poi “ritrova il segnale” e si sente di nuovo felice finché non lo perde di nuovo e così via. Al crescere del tempo, una persona saggia impara a muoversi nel buio e quindi a ridurre l'ampiezza dei salti di infelicità. Impara cioè ad adattarsi, ma non per questo ad abituarsi, alle situazioni temporanee di infelicità, alle contingenze e alle cause di forza maggiore che intaccano, che erodono le nostre esigenze.”

“Quindi ciò che chiami “dio” non è qualcosa di ben definito, di continuo o stabile, giusto?”

“Schwanden, non c'è nulla di ben definito, di continuo e stabile in un mondo in continua evoluzione”.

“OK. Adesso arrivo ad una domanda indiscreta. Ma non è che tu in fondo in fondo ti sei ammalata, o meglio, sei stata male, da una parte, per giustificare il tuo “gesto di generosità verso l'ambiente” (un po' come dire: mi faccio fuori perché nulla è sostenibile) e dall'altro lato per riavvicinarti di nuovo al tuo istinto di sopravvivenza che, minacciato dalla malattia, non avrebbe lasciato spazio ad ulteriori questioni sulla felicità?”

“Schwanden, sapevo che non avevo bisogno dello psicologo, visto che ci sei già tu. La questione di fatto è un po' complicata. Sicuramente è vero che la nascita e la presenza di mia figlia hanno intaccato il mio “dio”, le mie esigenze personali. Mi sono adeguata bene “al salto” ritrovando subito la felicità. Ma ovviamente ci sono sempre delle questioni “familiari” sospese. Emigrare è stata certamente una fuga e finché l'ho percepita come una scelta di sopravvivenza sono stata benissimo. Cominciando ad ambientarmi e a sentirmi in paradiso, forse ho cominciato a percepire un senso di colpa per aver abbandonato casa mia (che è anche di proprietà di mia sorella) e quindi di averla resa vulnerabile a furti o mal-affari, facendo un danno anche a mia sorella e sentendomi impotente, incapace di gestire la situazione. Non voglio approfondire il discorso. Poi ci sono anche altre incomprensioni, dialoghi mai sostenuti o parole non dette a chi non vuole sentire. Schwanden, sì, devo ammettere, certe volte penso che non basti emigrare, bisognerebbe sparire per risolvere ogni questione.
Se tutto ciò ha causato i miei problemi allora dovrei guarirne sintonizzandomi di nuovo con il mio “dio”. Dovrei sentire di nuovo il morso della fame di sopravvivenza, vivere e basta. Credimi, gli obiettivi, il lavoro (a meno che non siano dettati da sopravvivenza) non sono il tuo “dio” perché una volta terminati ti lasciano più infelice di come eri prima. Il tuo “dio” sono i tuoi valori: la libertà, l'indipendenza, l'amore ... e se ci penso non mi hanno mai abbandonato. E' soltanto che le cose più importanti spesso le si danno per scontate, mentre se percepisci di lottare per sopravvivere non dai più nulla per scontato.”




venerdì 14 ottobre 2016

Il dottor AF

Gentile Dott AF,

vorrei ringraziarla per avermi aiutato a capire la mia situazione e a poter concludere che non soffro di nessuna patologia. Ho deciso di rivolgermi a lei non perché dubitassi delle competenze dei dottori consultati in precedenza, ma soltanto perché cercavo comprensione, appoggio e maggiore chiarezza. 

Non ha potuto risalire alla causa della comparsa dei linfonodi (lei dubita che possa trattarsi del virus Epstein Barr che ho contratto in passato) ma almeno mi ha prescritto tutti gli esami e le analisi necessarie per escludere ciò che sospettavo. Ho dei valori del sangue fuori norma che, come dice lei, possono essere dovuti a carenze alimentari, di liquidi ingeriti e quindi a calo di peso corporeo. Nello scorso mese, infatti, non ho avuto appetito, sono stata confusa e non mi sono resa conto di non aver bevuto acqua a sufficienza.

Però le assicuro che non si tratta di anoressia nervosa. Certo, le ho detto che in passato ho avuto tali problemi. Ma questa volta non sono la causa del mio male, semmai una conseguenza. Pertanto non credo sia necessario parlarne con uno specialista. Nelle ultime due settimane, come lei ha potuto constatare, ho ripreso peso, senza l'aiuto di nessuno, se non del mio compagno che è stato in ferie e mi ha aiutato ad assistere alla bambina lasciandomi più tempo da dedicare alla mia salute.
Ora infatti sto molto meglio e per riprendermi completamente credo di aver soltanto bisogno di tempo e semmai di aiuto pratico nelle faccende domestiche, nell'apprendimento della lingua tedesca e nella ricerca di un'occupazione. 
 
Penso sia arrivato il momento di cercare lavoro. E poi mi è tornata la motivazione a voler dare piccoli contributi alla ricerca scientifica. Pertanto, a maggior ragione, mi permetto di contestare l'ipotesi che tutti i miei malesseri siano causati da depressione. Credo sia piuttosto ragionevole, considerando anche il mio passato e la mia situazione familiare, essere turbati dal fatto che un dottore ti avverta della possibilità di essere affetta da un cancro e della necessità di una biopsia. Ma deve credere che non ero affatto spaventata di dover fronteggiare la situazione, anche se tutti gli esami e le attese mi snervavano. Nonostante tutto, non perdevo occasione per distrarmi, godermi la vita (seppur da mamma), partecipare ad attività ricreative, andare in bicicletta, in piscina, muovermi pur sentendomi stremata fisicamente. Non ho voluto isolarmi e nemmeno rifiutare di parlarne, seppur preferendo “confessarmi” nel mio blog personale. Tutto ciò dovrebbe indurla a concludere che non ho problemi di depressione. 
 
Apprezzo comunque la sua visione olistica del problema. Credo che finora lei sia il primo dottore in medicina generale che abbia sottolineato l'importanza di essere positivi per non ammalarsi o per guarire.

Pertanto mi affido al suo giudizio. Se lei pensa sia opportuno chiedere una consulenza psichiatrica, per escludere che il mio malessere sia dovuto a cause psicologiche o, peggio, a malattie mentali, lo accetto e capisco la sua posizione. In fondo lei non mi conosce bene. Ma credo che nemmeno il miglior psichiatra possa arrivare a conoscermi bene e a capire i miei bisogni così come posso farlo io. Mi scusi, la mia non è presunzione. Per questo non rifiuto un eventuale colloquio. Perché nessuno può conoscermi meglio di me, ma chiunque può aiutarmi a capire come appaio all'esterno, a darmi dei suggerimenti su cosa mi sfugge e a capire meglio il contesto dove vivo. Credo che l'individuo non abbia bisogno di nessun altro individuo per poter vivere, ma ne abbia bisogno per vivere bene o vivere meglio. E se non sto molto bene, vuol dire che ho bisogno di aiuto.

Nell'attesa di rivederla al prossimo controllo, la ringrazio ancora per il tempo dedicato ad esaminare il mio caso. Credo davvero che i valori del sangue rientreranno nella norma, grazie anche all'infusione di ferro che mi ha somministrato, e che i dolori cervicali spariranno grazie alla fisioterapia che mi ha prescritto. Per il resto, credo davvero di poter trionfare da sola, così come ho fatto finora, cadendo, rialzandomi, a passo deciso o barcollante, poco importa purché derivi dalla forza delle mie gambe.

Cordiali Saluti

S.T.E.

mercoledì 21 settembre 2016

La sfida

“Schwanden, credo di aver trovato la causa. Ho il nome.”

“Sentiamo.”

“Ho ripetuto le analisi del sangue e ho fatto degli ulteriori test, tra cui quello dell'HIV.”

“In effetti han fatto bene a fartelo. Sai l'Heidi-S è nato in Svizzera, ha avuto origine dal saluto delle capre e si è diffuso con la televisione.”

“Schwanden, ti pare il momento? So che può sembrare assurdo, ma i sintomi c'erano. Comunque per fortuna non è quello. Dalle analisi che già avevo fatto quest'estate risultava un virus.”

“Un virus?”

“Epstein Barr, responsabile di alcuni tumori o della mononucleosi. Hanno aspettato gli esiti della biopsia e delle ultime analisi per renderlo evidente. I medici hanno concluso che, poiché non è tumore, allora la causa dei linfonodi e di tutto quel malessere è dovuta a questo virus, che potrebbe avermi infettato anche anni fa e adesso ha scelto la Svizzera per palesarsi. Mi han detto che al momento non devo fare più nulla, indagini o quant'altro. L'infezione non è più attiva, anche se potrebbero passar mesi prima che io mi senta meglio. Sto ancora molto male e ho forti mal di testa.“

“Beh, adesso hai ottenuto quello che volevi: hai scoperto la causa.”

“Schwanden c'è ancora una cosa che non mi è chiara. Non ho raccontato bene al medico gli episodi di mal di testa passati e quella lesione al cervello, ti ricordi? Anni fa, per un periodo, c'era stato il sospetto della sclerosi multipla. Studi recenti han dimostrato che ci sono delle relazioni tra mononucleosi e sclerosi multipla e tra sistema linfatico e cervello.”

“Ci risiamo con quel nome e quella storia, lascia stare....”

“Schwanden, lascerei perdere se fossi sicura che quella lesione di anni fa sia una cosa congenita o innocua. Sembrava di sì finora, ma alla luce di quel che è successo potrei non esserne più sicura.”

“Perchè non ne hai parlato col medico? “

“Non avevo gli esiti degli esami passati da mostrare, non ci siam capiti bene, non è un esperto di neurologia e i dottori in Svizzera non vogliono perder tempo ad ascoltare cose che vanno oltre il loro pezzo di giardino che coltivano. Quindi mi ha liquidato dandomi il magnesio per curare il mal di testa e mi ha detto – auf wiedersehen – anche se di fatto non vuole vedermi più. Neanche io vorrei più veder nessun medico, ma credo valga la pena parlare con un neurologo, forse per metterci definitivamente un punto o capire fino in fondo cosa mi sta succedendo.”

"Evidentemente accetti la sfida per non accettare la sfiga o per trasformare la sfiga in sfida o ... Ultimamente è difficile capirsi."




 

venerdì 9 settembre 2016

Malata di c.... conoscenza

“Schwanden, posso dirti solo questo: Tropico del Capricorno.”

“Ah bene, dovresti fare un fioretto e andarci davvero, altro che Lourdes.”

“Hai perfettamente ragione.”

“Perché quelle lacrime di sconforto, allora?”

“Schwanden, il dottore mi ha detto che non è cancro al seno, ma non sa cosa può essere, perché lui è specializzato in ginecologia e non in medicina interna. Devo fare un'altra visita dallo specialista che già mi aveva visto e che non mi era sembrato di grande aiuto. Schwanden, se non sanno cosa hai e come aiutarti, sei incurabile. Mi immagino già la scena dopo la mia morte, i tuoi cari e non, che chiedono – Dottore, cosa aveva? - E il dottore, molto scientificamente risponde – Boh, e chi lo sa. Probabilmente aveva i cazzi suoi. - Schwanden, riguardo a mio padre è andata vagamente così.”

“Capisco che sei delusa dalla medicina e dall'approccio poco olistico dei medici.”

“Schwanden, credo che anche questa volta mi curerò da sola, con i miei metodi. Schwanden, in questi mesi se avessi preso i farmaci per alleviare il dolore, avrei solo peggiorato il fegato. Se non avessi dovuto aspettare, telefonare, fissare appuntamenti, non sarei così stressata. Se avessi speso i soldi, che ho dato ai dottori, per un viaggio, un corso, un'attività ricreativa adesso sarei più ricca di esperienze e insegnamenti. E invece resto malata, malata di conoscenza e credo che tale rimarrò, a meno che non mi metta l'anima in pace e smetta di frequentare i medici.
Se fossi stata malata, forse non mi sarei fatta curare per queste ragioni. Avrei piuttosto vissuto i giorni fino alla fine, libera da farmaci, flebo, aghi, ospedali. Avrei forse mollato tutto e sarei andata in giro per il mondo, fin dove potevo arrivare, vivendo di espedienti. Avrei sentito la vita. Se mi fossi curata avrei solo anticipato la morte.”

“E allora perché ti sei sottoposta a tutte queste torture e non hai vissuto pienamente le tue giornate?”

“Te l'ho detto. Mi sono ammalata di conoscenza. La curiosità, il sapere cosa c'è dentro che io non conosco, mi ha in un certo senso ipnotizzato. Ma se i medici pensano di aiutarmi spegnendo i sintomi senza illuminare le ragioni del mio male, ho chiuso con loro. Che scienza è se non spiega? Che esperto è se non sa aiutare a vivere meglio? In questo sono più bravi i miei amici e le persone a me care, soprattutto quelli che non hanno la testa lavata da conoscenze universitarie o che non hanno studiato, quelli che ragionano, rimediando all'ignoranza con il buon senso. Il fatto è che ti insegnano che l'unica strada per guarire è quella che porta al medico. E invece la vera terapia è fare ciò che ti fa star bene: che sia musica, cinema, libri, amici … Persino qualcosa di potenzialmente dannoso, come la cannabis, non può certamente farti peggio dei farmaci che ti propongono, senza sapere bene che effetti potrebbero avere sul tuo organismo. “

“E come fai a trovare la terapia adatta?”

“Beh, bisogna sperimentare. Anche il medico fa spesso così proponendoti una cura. Però, quando fai un esperimento, sei consapevole e ne trai insegnamento ed esperienza. Se ti affidi al dottore diventi invece tu la cavia per i suoi esperimenti.”

“E quale sarebbe la terapia di cui hai bisogno? E' la stessa che ti saresti prescritta se fossi stata malata di cancro? Cosa ti frena dal curarti come credi e quindi dal guarire? Pensi che la tua cura non sia compatibile con la vita familiare? Pensi che la tua cura sia troppo costosa rispetto alla gravità delle tue condizioni di salute?”